DIFENDERSI DALLA SPECULAZIONE E’ DIFFICILE. DIFENDERSI DALLE PREDICHE DEGLI ADORATORI DEL MERCATO E’ POSSIBILE

DI ALBERTO TAROZZI

 

Misteri italiani. Lo spread è in altalena, a volte nel giro di un minuto decine di punti in più o in meno. Ultime ore con un certo miglioramento. Resta comunque ben oltre 240 punti e, quel che più conta, i tassi di interesse sui nostri bot si mantengono oltre il 2,5%. Truppe di superesperti a spiegarci come tutto sia dovuto alle schermaglie Mattarella/ Di Maio/Salvini o al fatto che i pensionati sguazzano nell’oro.

Quasi unanimità nel sostenere che è dovuto al nostro elevato debito. Chi lo nega, ma resta un punto da chiarire. Il nostro debito è di entità tale per cui un calo fino ad una soglia che, come si suol dire, tranquillizzerebbe i mercati, non si verificherà per i prossimi 30 anni, quindi non si capisce bene cosa significhino esattamente le dichiarazioni delle tecnocrazie finanziarie quando ce lo ricordano.
Che se gli salta il ticchio ci possono far saltare in aria quando vogliono? O magari che con un’altra stretta pensionistica i vecchi che ci lasceranno la pelle potranno essere considerati i salvatori della patria?

Impariamo a conoscere le cose prima di parlarne. Avere debiti alti non fa bene a nessuno. Averne di più alti di tutti fa ancor meno bene (i leoni sono soliti divorare la gazzella più lenta del branco quando hanno fame). Però non prendiamoci in giro con i pistolotti moralistici sulla sobrietà dei buoni padri di famiglia o sulle leggi oggettive del mercato. Perché ci potremmo facilmente scoprire sobri e disperati, così come potremmo riconoscere ai pescicane della speculazione di agire secondo leggi oggettive, come se non si trattasse di comportamenti che anche nella giungla susciterebbero deplorazione.

Procediamo quindi con ordine e vediamo innanzi tutto di tappare la bocca ai super esperti che, forse, ahimé, pure in buona fede, confondono debito e rapporto debito/pil. Si rifanno ai così detti “conti della serva”, col dovuto rispetto per le medesime, secondo i quali se scoprono che sei indebitato nessuno ti presta i soldi nemmeno per la carta igienica. Sfugge loro che i bilanci dello stato e quelli delle grandi imprese differiscono da quelli dell’economia domestica non solamente per ragioni quantitative. Un’impresa infatti ha di norma accesso al credito in ragione della sua affidabilità e della affidabilità l’essere indebitati costituisce un fattore importante, ma soprattutto se si combina con un fatturato basso. Così come per un paese si parla di inaffidabilità quando anche il suo pil rimane basso. In ambedue i casi l’entità del debito passa quanto meno in secondo piano rispetto al rapporto debito/pil, ma assumono maggiore rilevanza altri fattori. Per esempio le provate capacità gestionali di chi gestisce la baracca e con essa la possibilità che vengano attuati investimenti di produttività elevata in grado di alzare il denominatore del rapporto debito/pil. Quindi di ridurre la consistenza di detto indicatore.

A questo punto si pone la domanda, l’austerity (abbassare il debito col taglio della spesa) contribuisce a ridurre il numeratore e con esso il rapporto? Risposta “sì ma…”, nel senso che se nel frattempo l’austerity ostacola la crescita del pil, tutto quello che viene guadagnato coi tagli viene perso coi ridotti investimenti che aumenterebbero la consistenza del denominatore.

Quindi sgomberiamo il campo dai luoghi comuni. Il debito fa male, ma questo può essere determinato anche dai cattivi investimenti. E l’austerity fa anch’essa male se impedisce di investire facendo crescere quel pil che si trova al denominatore dell’indicatore che conta.

Chiarito il punto torniamo ai mercati che ci puniscono in virtù di leggi superiori. Proviamo allora a parlare, anziché di mercati, di speculazione. In via puramente teorica mercati ci potrrebbero un giorno sì e l’altro pure, vista la nostra situazione. Viceversa colpiscono “solo” ogni tanto, anche quando non se l’aspetta nessuno. Vogliamo dire che preferiscono colpire nei momenti di crisi, anche politica, perché è allora che si instaura un panico che avvantaggia gli speculatori, ma in realtà chi detiene forti poteri in ambito economico finanziario, potrebbe colpire quando vuole e chi vuole, con buona pace dei predicatori di costumi morigerati e delle metafore tipo cicala e formica di qualche anno fa.

Forse sarebbe più utile vedere come di norma colpisca invece la speculazione in quanto tale, non tanto perché il pesce piccolo ne possa approfittare a suo vantaggio, quanto per decidere di chiudersi in casa aspettando che passi la nottata, quando si comincia a sentire puzza di bruciato. Vediamo di capire allora in cosa consista il normale meccanismo speculativo nei momenti più propizi alla speculazione.

Si parte in genere da una situazione iniziale in cui gli operatori, chiamiamoli pescicane (lo speculatore) e pesce rosso (il piccolo risparmiatore) detengono titoli di stato da 10€ in quantità tra di loro dissimili: diciamo pescecane 10mila bot per un valore di 100mila€; pescerosso 100 bot per un valore di 1000€.

Prima mossa: pescecane vende i suoi bot e con questa mossa fa sì che, dopo la vendita, che gli ha fruttato 100mila€, il prezzo dei bot scenda a 7 bot l’uno, proprio a causa della megavendita medesima. Nel frattempo lo spread si alza e il valore reale dei bot ancora posseduti da pescerosso si abbassa del 30%.

Seconda mossa: pescecane con quanto incassato può acquistare 14285 bot a 7€ l’uno, ma il suo mega acquisto fa salire il valore di ogni bot a 8€ l’uno. Pescecane si trova così in cassa un patrimonio in bot pari a 114280€. Lo spread si abbassa e anche pescerosso recupera qualcosa, ma è una soddisfazione di breve durata.

Terza mossa: pescecane rivende tutti i bot in suo possesso e realizza una somma di 114280€, facendo però nuovamente crollare il prezzo a 6€ l’uno in seguito alla megavendita. Lo spread aumenta e pescerosso ricomincia a perderci una volta di più.

Situazione finale: pescecane si trova ad avere incrementato in breve tempo il suo patrimonio di un buon 11,4%, approfittando di un mercato altalenante dovuto anche a qualche forma di instabilità legata alla tipologia del titolo venduto e comprato (paese debole o banca vulnerabile). Però, visto che i mercati finanziari non creano valore, il gioco è stato a somma zero e mentre qualcuno ci guadagna qualcun altro ci rimette. Chi se non una bella ammucchiata di pescirossi, che erano partiti con un patrimonio di 1000€ e si ritrovano con un patrimonio ridotto a 600?

Spiegazione ufficiale: i risparmiatori sono andati in rovina perché gli italiani spendaccioni si indebitano sempre più e il mercato li punisce non avendo fiducia in noi; ci presta cioè denaro solo se gli paghiamo più interessi, innalzando lo spread che fa calare il valore dei titoli di risparmio. Della serie una parziale verità condita da tante omissioni. Effettivamente situazioni precarie, come quelle di elevato debito e di instabilità politica determinano quelle operazioni finanziarie in altalena, che si susseguono sull’onda della emotività, di cui maggiormente si avvantaggiano gli speculatori. I rischi per i soggetti e per i paesi indebitati oggettivamente crescono; ma anche perché le regole del gioco universalmente ammesse dal così detto libero mercato sono di tipo speculativo e cioè corrispondono al principio di mandare sul lastrico il tuo vicino se vuoi raggiungere la felicità.

Per la cronaca, ieri l’altro lo spread dalle 10 14 alle 10 15 è salito di 40 punti in un minuto. Giocoso effetto del libero mercato o effetto/pescecane?
Concludendo, coi tempi che corrono è difficile salvarsi dalla speculazione, una certa prudenza comunque non guasta, ma in ogni caso, sul come difenderti dai predicozzi dei piccoli e grandi fan del così detto libero mercato dei pescecani, adesso ne sai un po’ di più.