MELEGATTI, DOPO IL FALLIMENTO GUERRA IN FAMIGLIA TRA LA FIGLIA DI RONCA E LA SECONDA MOGLIE

DI ANNA LISA MINUTILLO

Giunge attraverso un post pubblicato su Facebook e scritto da Silvia Ronca figlia di Salvatore, presidente di Melegatti, scomparso nel 2005 un pensiero dove si possono leggere accuse dirette e precise. Il tutto accade il giorno dopo il fallimento dell’ azienda veronese che ha legato il suo marchio al pandoro. Il fallimento avviene dopo 124 anni di storia, con conseguenze drammatiche per i 350 lavoratori che prestavano servizio al suo interno. Oltre a questa situazione già pesante di per sé, si aprono i contorni di una faida familiare mai del tutto terminata. Scrive Silvia nel post: “L’1 luglio 2005 sei morto la prima volta, il 29 maggio 2018 sei morto un’altra volta”. Salvatore Ronca, aveva sposato Emanuela Perazzoli, che dopo la morte del marito ha preso le redini dell’azienda dolciaria, fino al tracollo finanziario. Aggiunge Silvia : “Sei morto un’altra volta, con la differenza, papà, che mentre nella prima piangeva solo la tua famiglia, quella vera che ti amava, perché contro la malattia non ci si può che arrendere, nella seconda piange una città intera con famiglie distrutte e amareggiate “

“E questo perché non hanno combattuto contro una malattia ma contro persone indegne, assetate di soldi e di potere, che sputano sui sentimenti della gente. Non amo personalmente condividere le cose più intime del mio privato sui social, ma oggi la rabbia è così forte che non posso tacere, devo urlare al mondo che purtroppo la legge tutela i delinquenti e lei anche questa volta ha vinto!”. Il controllo della Melegatti è stato da sempre conteso tra due famiglie, i Ronca e i Turco. Il successo e l’incremento esponenziale delle vendite di inizio millennio, si sono sommati alle doti di mediatore di Salvatore, buon manager che per molto tempo ha fatto si che il fuoco della rivalsa e della competizione restasse nascosto sotto la cenere dell’apparenza. Con la sua morte nel 2005 questa cenere è stata sollevata dal forte vento della discordia con i risultati che si vedono oggi. Silvia, per evitare troppe amarezze, ha preferito cedere nel 2006 il suo 6% nel gruppo ai “rivali” Turco. Le ragioni dell’utilizzo di parole così dure e dal tono sicuramente accusatorio hanno origini pregresse dovute a decennali liti tra le famiglie Ronca, quella di Salvatore e Silvia, e Turco, dei fratelli soci di minoranza Michele e Francesco. Queste hanno contribuito a indebolire l’azienda fondata nel 1894.

Fra dipendenti (70, in cassa integrazione dallo scorso gennaio), stagionali e addetti, hanno perso il lavoro in 350. Per evitare il fallimento è stato fatto l’ultimo tentativo con il fondo americano De Shaw & Co., che l’8 maggio ha presentato al Tribunale di Verona una manifestazione d’interesse. Martedì sera il Tribunale di Verona ha dichiarato fallita l’ azienda, lasciando a casa senza lavoro 350 persone. Al fallimento si aggiungono errori grossolani dal punto di vista finanziario, culminati nell’acquisto del nuovo stabilimento di San Martino Buonalbergo (Verona), sul quale sono stati investiti 15 milioni di euro, ma non accendendo un finanziamento a lungo termine, bensì attingendo alla liquidità dell’azienda, che al momento di iniziare la produzione non aveva i soldi per pagare i fornitori. La situazione debitoria, secondo le stime più recenti ammonterebbe a circa 50 milioni di euro.

Non viene mai fatto in questo scritto il nome di Emanuela Perazzoli, ma l’obiettivo delle sue accuse appare chiaro come dimostrato anche da alcune delle sue risposte ai commenti che non sono mancati. Tra questi anche quelli di alcuni dipendenti o ex dipendenti dell’azienda. Silvia Ronca non fa mancare anche alcune parole rivolte ai lavoratori: “La mia solidarietà va a tutte quelle persone che hanno combattuto in questi mesi, io in silenzio sono stata dalla vostra parte e la Melegatti come avete scritto ieri siete voi, ma anche questo non basta per sconfiggere il marcio che ci circonda. Nessuno più di me e della mia famiglia può capire contro chi avete cercato di lottare” ha concluso.

Oggi a consolare Silvia da questa doppia delusione si schierano decine di dipendenti ed ex manager. Parole che possono apparire come esagerazioni ma non per Silvia, che rispondendo a un messaggio affettuoso dice che a distruggere Melegatti non è stata la crisi o la politica o le tasse ma «una persona con tanto di nome e cognome e purtroppo ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire mettersi sulla sua strada».
Parole colme di amarezza che non sono riuscite a “tacere” il dispiacere per quanto perso ma anche e soprattutto per i lavoratori che non sono chiamati a redimere faide familiari, ma che dopo aver prestato servizio per molti anni in questa azienda, aver lottato e avendoci creduto, oggi vanno ad aggiungersi alle lunghe file di disoccupati che riempiono questo paese. Tutto suona ancora più assurdo poiché le parole che circolano hanno tutto tranne il dolce sapore del pandoro a cui tutti eravamo affezionati ma lasciano in bocca l’amaro sapore della sconfitta.

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