MORTE DI ROBERTA UNA “COMPAGNA” MILITANTE

DI ANGELO D’ORSI

Morte di una “compagna”
Conoscevo poco Roberta, che avevo ritrovato su Facebook, dopo un lontano incontro a un’assemblea in cui avevo tenuto una relazione, al Centro sociale Asktasuna. Lavorava alle Poste, e ne era assai scontenta. Aveva un passato di militanza nei collettivi femministi, in particolare in uno che si era chiamato con vivace intuizione, “Rossefuoco”, che faceva un programma su una radio alternativa”.
Roberta era una persona che si dava completamente: alla lotta, all’amore, al dolore. Le manifestazioni di piazza, i raduni in montagna (ha militato nel movimento No Tav, negli ultimi anni), le assemblee negli spazi occupati erano il suo pane quotidiano, oltre il lavoro, oltre l’accudimento di sua madre, malata. Roberta era la dimostrazione perfetta che si può essere militanti senza perdere la tenerezza, che ci si può dedicare alla battaglia contro ogni ingiustizia, ma con altrettanto ardore si può aiutare una compagna o un compagno che hanno bisogno. Era generosa, e pura, Roberta, compagna anarco-comunista e femminista. La perdita del suo Elio, compagno di lotta e di vita, era stato un colpo da cui credo non si era mai ripresa davvero. Beveva, fumava, tirava tardi, lottava con l’orologio e con le regole, Roberta, e la sua voglia di vivere contrastava con una terribile carica autodistruttiva. L’hanno trovata cadavere sul pavimento di casa, di quell’appartamento che da poco aveva infine acquistato, vendendo quello in cui aveva vissuto con il suo Elio, e che per lei era divenuto uno spazio di sofferenza.
Un cocktail di farmaci e alcol, hanno sentenziato. No, non credo al suicidio, ma all’incidente, benché forse un incidente inconsciamente desiderato.
Sono stato al suo funerale. Ne sono reduce. E ancora gli occhi sono umidi. Non ho mai assistito a una cerimonia funebre con tante lacrime. Le compagne, innanzi tutto, di ogni età, che hanno parlato a turno, per testimoniare un incredibile affetto, facendo percepire in modo drammatico il senso di una perdita: Roberta era stata per molte di loro “maestra”, di lotta, di organizzazione, di femminismo, e di sorellanza. Ho capito meglio, oggi, il senso di questa parola, ascoltando i brevi discorsi rotti da singhiozzi di tante donne e ragazze. E ho sentito vivo, mentre si celebrava una morte, il senso della comunità: noi siamo più di una famiglia, ha detto un uomo nella sala degli addii al Cimitero monumentale di Torino, dove si alternavano al microfono i più intimi della scomparsa. E quella frase retorica mi è parsa vera. Stupendamente e tristemente vera. Chi ricorda ancora il senso dell’essere “compagno”? Lo abbiamo dimenticato tutti, probabilmente. Una parola banalizzata, strumentalizzata, o vituperata. Al funerale di Roberta Spagnoletti (su Facebook Roberta Vianello) questa parola si è riscattata, nei lavacri di un dolore condiviso da tutti i presenti, con una sincerità e una forza che mi hanno lasciato senza fiato. Un poster con le sue foto, mentre l’altoparlante trasmetteva le sue canzoni preferite: David Bowie, Iggy Pop, Fabrizio De Andrè, Claudio Lolli le hanno dato l’estremo saluto.
Nella commozione ho dimenticato di scrivere il mio nome sul registro all’ingresso: perdonami, Roberta, ti saluto di qui. Grazie per i tuoi entusiasmi, le tue passioni, le tue idiosincrasie: abbiamo anche litigato talvolta sulla mia bacheca, dove tu irrompevi o per farmi complimenti o per bacchettare certi commentatori (lo hai fatto, benché di rado, anche con me). E ogni volta, tra il sorriso e il broncio, mi rendevo conto della verità di quel detto: “Il peggior eccesso è di non eccedere mai”

(Nella foto, presa dal profilo FB di Roberta, la si vede, bionda, al centro della prima fila: una immagine di lotta, come si conviene a una combattente)