PER L’ITALIA UN ALLEATO IMBARAZZANTE, PREOCCUPATO DEL SURPLUS TEDESCO: SI CHIAMA USA

DI ALBERTO TAROZZI

Non siamo più soli. L’Italia non è più solamente una palla al piede della Ue, ma rientra in una partita politica ed economica di più vaste dimensioni, per quanto dai risvolti non tutti chiari.
Tout se tient: la guerra dei dazi messa in moto da Trump e il balletto Salvini Mattarella sul governo di Roma. La causa è un’alterazione delle alleanze storiche, che vedevano Usa e Paesi europei più o meno solidamente avvinghiati, sulla base di interessi comuni. Oggi, che questi interessi comuni vengono in parte meno, è anche logico che vecchie partnership vadano in crisi e altre ne insorgano.

Partiamo dal caso dei dazi commerciali, che inizialmente pareva riguardare quasi esclusivamente la partita tra Usa e Cina. E’ di questi giorni la scoperta che, non solo questa guerra ha ricadute ancor più consistenti tra Usa e Germania, ma che ricadute di non poco conto potrebbero riguardare e forse hanno già riguardato anche la politica estera italiana.

Almeno due contributi sono emersi in questi giorni in tal senso, sui media italiani (quello di Marco Gervasoni su il Messaggero e quello di Claudio Paudice su Huffington post), ma è tutto il dibattito politico nostrano che comincia a subirne l’influenza. Cosa significa tutto ciò? Significa che se l’Italia si lamenta perché la Germania, non rispettando le norme sul surplus commerciale, ostacola i nostri investimenti, ciò determina i sorrisetti compassionevoli dei pappagallini e delle papagalline in servizio permanente filo Berlino. Ma se lo fa Trump, penalizzando pesantemente le esportazioni dell’alluminio e dell’acciaio tedeschi, la questione assume una rilevanza planetaria. Tanto che, pure sulla sponda occidentale dell’Atlantico, qualcuno si accorge che questa convergenza di interessi potrebbe trasformarsi in un’alleanza, magari liquida e temporanea, con l’Italia; magari con contropartite militari poco auspicabili. Ma comunque tale da sparigliare temporaneamente giochi che ci vedevano perennemente nel ruolo di perdenti predestinati.

Già si sapeva, ma Messaggero e Huffington ci forniscono le cifre al dettaglio, che i dazi di Trump colpiranno soprattutto la Germania, prima esportatrice di alluminio, seguita da Olanda e Francia. Noi solamente quinti. Qualcuno potrebbe dire che veniamo penalizzati egualmente, ma il punto di contesa non è esclusivamente economico. Il fatto è che colpire la politica tedesca di surplus degli export commerciali significa fornire un assist di ordine politico a quei paesi del sud Europa, Italia per prima, che subiscono pesanti squilibri determinati dall’export tedesco, tali da penalizzarne investimenti, aumento del pil e, finalmente, contenimento del rapporto debito pil a prescindere dalle sofferenze che ci vorrebbero imporre i guru interessati dell’austerity.

Per questo gli Usa guardano a Roma e a chi, in quel di Roma, appare loro più distante dalle strategie berlinesi. Tutto fa brodo per Trump che, come scrive Paudice su Huffington, intende in primo luogo “mettere il Paese della Merkel spalle al muro per il surplus corrente superiore persino a quello cinese. Per capire, dal punto di vista di Washington: senza Berlino, gli Usa sarebbero in saldo positivo nei confronti dell’Europa e invece si trovano in deficit commerciale per quasi 60 miliardi, 75 solo verso la Germania”.

Certo può provocarci imbarazzo e persino repellenza, vedere un figuro razzista come Bannon precipitarsi in Italia e formulare considerazioni assennate sulle nostre sofferenze nella Ue, sul fatto che Berlino, mette becco nella nostra sovranità politica ed economica.
E quando la Merkel dichiara che ai dazi di Trump “L’Unione europea risponderà forte e unita”, la sensazione è invece che la Ue, per quanto si mostri compatta nelle dichiarazioni pubbliche, non riesca a nascondere un certo pessimismo sul successo della leadership tedesca, ben poco vantaggiosa pure per i suoi alleati.

Dunque se la Germania non rispetta le regole del surplus, non può pretendere che gli altri escano dal debito attraverso le sabbie mobili dell’austerity. Finché lo dice l’Italia sono solo gargarismi, ma se lo dice Washington a qualcuno cominciano a fischiare le orecchie. Con la speranza che si venga a determinare una maggiore tolleranza verso una spesa in deficit, unica risorsa veramente idonea a spingere il Pil dei Paesi più deboli.

E fu così che, negli ultimi giorni, i colloqui per il nuovo governo italiano potrebbero aver subito qualche influenza, da eventi molto più grandi di noi: se la mattina del 29 lo spread ebbe un’impennata di 43 punti in un minuto, qualcuno rileva che, nei giorni successivi, benevoli e consistenti acquisti dei nostri bot, che controbilanciarono il danno, possano essere stati effettuati da soggetti estranei alle strategie di Mario Draghi.
Della serie “s’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo”.

D’altronde dei colloqui svoltisi al Quirinale sappiamo solo le poche cose trapelate nei comunicati ufficiali. Quasi tutti ebbero a ritenere in un primo momento che Mattarella, innalzando il muro Cottarelli, avesse fatto il gioco di Salvini, che non avrebbe visto l’ora di trovare un pretesto per non assumersi responsabilità di governo.

Oggi, invece, Mattarella è sugli altari, come se fosse stato l’unico a intuire che Salvini di andare al governo ci teneva un sacco. Tanto che, pure di andarci, avrebbe fatto carte false, compreso il rifilare a Savona un ministero da quattro soldi e forse meno.
Strano: Salvini ci aveva convinto tutti, tranne Mattarella, che lui di andare al governo, per bruciarsi, non ci teneva.
Forse avrà cambiato idea; o forse qualcuno, molto desideroso di contare, in Italia, su di un governo amico, gliel’ha fatta cambiare dalla sera alla mattina.