CANI E ABBASTANZA. O ABBASTANZA CANI

DI ALBERTO CRESPI

Vorrei che confrontaste subito la foto in evidenza sopra il titolo con quest’altra foto:

 

dog

Un po’ si assomigliano, no? Non tanto perché rappresentino periferie “degradate”, quanto per il modo in cui queste periferie diventano un’icona, una quinta, un mondo fiabesco nel quale ambientare delle storie. Un senso fordiano dello spazio, siete d’accordo? Guardate qui:

ford

Fate caso a come queste tre inquadrature abbiano tutte delle prospettive architettoniche sulla sinistra, un personaggio che le percorre (nella prima è defilato a destra, nelle altre due è centrale) e una fuga di spazi meno “piena” sulla destra. Sono inquadrature che non “subiscono” lo spazio reale ma tendono a reinventarlo. Anche con scelte scenografiche forti, almeno nel caso della seconda e della terza: non tutto ciò che vedete esisteva, il villaggio West e la pianura dove si muove l’uomo con il cane sono in buona misura ricostruite. Non so se la stessa cosa si possa dire della prima, lo ignoro.

I tre registi (quattro, in realtà) a cui si devono queste immagini sono loro:

Non sto dicendo che John Ford, Matteo Garrone e i gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo siano la stessa cosa. Al tempo stesso, chi mi conosce sa che il solo nominare John Ford nella stessa frase con un altro cineasta è il massimo complimento al quale io possa arrivare. Garrone è un grande regista. Fabio e Damiano – lo dico oggi, prendendomi la responsabilità di quel che dico – lo diventeranno. Il loro lungometraggio d’esordio La terra dell’abbastanza esce nei cinema il 7 giugno e parlarne è l’occasione di recuperare alcuni pensieri su Dogman, il film di Garrone che a Cannes ha vinto – con Marcello Fonte – il premio per la migliore interpretazione maschile.

Perché non avevo parlato di Dogman in occasione di Cannes? Per vari motivi. Uno era l’orgia di sciocchezze e di improvvisazioni lette, a caldo, sui social: dove gente con un’idea molto vaga del cinema l’ha liquidato, e continua a liquidarlo, con toni sprezzanti. Un altro, lo confesso, è che ci dovevo pensare. Credo che un critico abbia il diritto (forse il dovere) di riflettere, di confrontarsi, di cambiare idea. Quando ho visto Dogman alla proiezione stampa, prima di partire per Cannes, ero rimasto perplesso. Il film mi era sembrato straordinario per 90 minuti, ma avevo difficoltà a inquadrare l’ultimo quarto d’ora (sul quale non farò, nemmeno ora, degli spoiler). Ricordavo alcune cose della vicenda del vero “canaro della Magliana” e non le avevo ritrovate. Mi aspettavo un crescendo di violenza e di orrore che nel film non c’è. Perché mi aspettassi tutto ciò, è difficile da spiegare. Forse la consapevolezza che un film si ispira a un fatto di cronaca porta a costruire attese persino inconsce. Senza rivelare nulla, il finale di Dogman non c’entra nulla con la storia del “canaro” e c’entra molto, invece, con il finale onirico e aperto di Reality – altro film per il quale avevo avuto bisogno di una seconda visione. Non so se è un approccio inconscio o una consapevole complicità, ma con i film di Matteo Garrone mi capita spesso di dover riprodurre il percorso mentale che compie Matteo stesso quando li fa: tutti sanno che lui gira tutto il film o quasi, si prende una pausa, rivede il materiale in moviola e poi – se è il caso – rigira ciò che non lo convince, o gira ex novo ciò che è necessario aggiungere. Anch’io, come lui, capisco meglio (almeno spero) i suoi film quando li rivedo, o quando ci ripenso. In questo caso è stato fondamentale incontrarlo a Cannes e farci due chiacchiere. Le sue parole mi hanno convinto: ha fatto bene (non solo per motivi legali, tutt’altro che secondari) a distaccarsi dalla vicenda del “canaro” e a cambiare nomi, eventi, luoghi, finale. Quello che avevamo istintivamente pensato tutti (che storia il “canaro”, che film ne verrebbe fuori!) in realtà era un errore, perché non c’è nulla di umano in quelle vicende, e bene ha fatto Matteo a pensarci per una decina d’anni e forse più. Il film ha un tono fiabesco, da fiaba nera e al tempo stesso morale, esattamente come Reality, come Il racconto dei racconti e, sì, come il suo Gomorra che è molto diverso dalla pur avvincente serie televisiva. A lui non interessa ricostruire la cronaca, anche quando la usa come spunto. Come ama dire, con un’espressione forse un po’ generica, “la cronaca e la realtà vanno ricostruite attraverso lo stile”.

Definire “stile”, ovviamente, è arduo. Ma nel caso di Dogman e di La terra dell’abbastanza è possibile e molto interessante. I due film si assomigliano, e non solo perché i gemelli D’Innocenzo hanno aiutato Garrone e i suoi sceneggiatori (Ugo Chiti e Massimo Gaudioso) in fase di scrittura. Si assomigliano perché sono costruiti su uno stile consapevole. Arrivo a definirlo per contrasto.

Da tempo dico, e non sono il solo, che i film sulle periferie romane hanno un po’ stufato. Sono troppo simili, e troppo parlati in una lingua (il romanesco trucido delle periferie odierne, che non è più quello di Sordi né quello di Pasolini) che sta diventando stucchevole. Ma questi due film sono diversi. Dogman, a esser precisi, non è un film su una periferia romana reale (altra scelta forte per distanziarsi dalla cronaca): è girato a Castelvolturno, nei luoghi dell’Imbalsamatore, e proprio per restituirli in modo anti-naturalistico i personaggi parlano romano (alcuni: non Marcello Fonte, ad esempio). Comunque, ciò che conta non sono i luoghi ma – e questo è il cinema – il modo di inquadrarli. Dogman ha uno stile solenne e sorvegliatissimo, in cui tutte le cose sordide che Garrone inquadra sono trasfigurate: e la fotografia di Nikolaj Bruel, un danese di 52 anni che non a caso ha girato una marea di pubblicità, dà al film quel tono picaresco che Garrone cercava. Anche i gemelli D’Innocenzo girano in modo super-classico: niente macchina traballante, niente finto Dogma, niente nuche in primo piano. I ragazzi sembrano veramente pronti a girare il western che giurano essere in cima ai loro sogni; per altro anche Garrone descrive l’ambientazione di Dogman come un villaggio western dove tutti si conoscono, quindi aver messo accanto a loro la foto di John Ford comincia a sembrarmi una forzatura nemmeno tanto forzata.

Alla fine, ciò che permette a questi due film di essere grandi film è la convenzione del genere, la consapevolezza del racconto, la volontà di NON sembrare reportage. Cinema vero, insomma. Andateli a vedere come fossero un “double bill”, il doppio programma dei “pidocchietti” nei quali siamo cresciuti. Due film al prezzo di uno. Non un film al prezzo di due (ogni riferimento ad altri film italiani di questo periodo è puramente voluto).

Cani e abbastanza. O abbastanza cani.