A QUIET PASSION: EMILY DICKINSON VISTA DA DAVIS, IL PIÙ POETICO REGISTA INGLESE

DI LUCA MARTINI

Per capire meglio A Quiet Passion, conviene sapere un paio di cose sul regista, autore sofisticato e con cv non taroccato di rare pellicole, ben scelte e curate allo spasimo.

Terence Davies, settantenne di Liverpool, ha spesso legato i suoi film al tema del ricordo e ha indagato sui meccanismi di esclusione di una società patriarcale e bigotta, quella dell’Inghilterra degli anni Cinquanta e Sessanta, su una classe operaia di sconfitti (dalla storia ma prima dalla vita) e su quella trappola, provocatrice di disperata alienazione, che può essere la famiglia. A partire dalla Trilogia, autentico mito per cinefili: tre brevi schegge di cinema che furono il primo saggio delle capacità dell’ex commesso spedizioniere di Liverpool e, insieme, una cupa educazione sentimentale omosessuale, segnata dalla colpa e dalla quasi intollerabile solitudine del protagonista.

Se Voci lontane… Sempre presenti (1988), il titolo più famoso di Davies, mescolava lampi di free cinema con illuminazioni quasi proustiane, A Quiet Passion apre invece l’orizzonte di Davies e la sua sintetica vocazione teatrale – il regista inglese è da sempre conscio della artificiosità insita in ogni tipo di racconto – a Emily Dickinson, di cui traccia una puntigliosa per quanto ellittica biografia.

Non a caso Davies ha scelto una poetessa solitaria e indomita per la quale il mondo coincide con il cancello di casa (Amherst, Usa, nell’Ottocento), che ha pochi archetipici e contraddittori rapporti affettivi (il padre, la madre, la sorella, il fratello…) e l’impossibile vocazione a emanciparsi dalle regole rigide del suo tempo: tutto è vietato a Emily Dickinson, scopriamo, fuorché sottrarsi a una prigionia lunga una vita con la scrittura praticata in una continua e insonne notte illuminata da parole di luce accecante.

Ne nasce un film che è il contrario di un biopic in stile HBO, ma piuttosto una partitura di musica da camera, matematica nelle proporzioni, lontana da ogni retorica e rigorosa nel ritmo dei dialoghi, in cui si aprono gli scarti improvvisi di disperazione o di esaltazione della poetessa, spesso affidati proprio ai versi della Dickinson.
Esempio della matura abilità di Davies: la capacità di risolvere, all’inizio e alla fine, in due magistrali e panoramici piani sequenza, la temperatura sentimentale della sua protagonista e del pugno di personaggi in scena con lei.

Menzione speciale va all’interpretazione di Cynthia Nixon (a sinistra nella foto in alto, con Jennifer Ehle), purché dimentichiate del tutto che era una delle ragazzacce (Miranda) di Sex and the City. E pure è Emily Dickinson stessa a subire in questo periodo un processo di ringiovanimento mediatico.

A lato del film in uscita il 14 giugno, pullulano le novità. La più sorprendente: Variety, bibbia del cinema Usa, ha annunciato che Apple sta preparando un serial sulla Dickinson, molto attento ai problemi del gender e con Hailee Steinfeld nei panni di un’autrice attraente non solo per la sua opera. Chissà se piacerà a Terence Davies.