VALENTINA VASSILYEVA LA MAMMA RECORD VISSUTA NEL ‘700 CON I SUOI 69 FIGLI

DI RENATA BUONAIUTO

Chissà se Valentina Vassilyeva avrebbe mai pensato di essere dopo trecento anni ancora nel Guinness dei primati per aver fra il 1707 ed il 1765, dato alla luce 69 bimbi. La donna russa infatti fra parti gemellari, trigemini e quadrigemini ha totalizzato 27 gravidanze. Oltre 20 anni, della sua vita trascorsi con il pancione, un record difficile da eguagliare, specie in un paese come il nostro, che considera due figli una famiglia “numerosa”.
Dal Cile ci ha provato Leontina Albina raggiungendo quota 55 figli, grande il suo contributo per l’incremento nascite ma nessuna speranza di eguagliare il record russo, dal momento che l’arzilla 90enne, sebbene sia ancora viva e vegeta, non è più a rischio “dolce attesa”. C’è da aggiungere, per dovere di cronaca, che Leontina sostiene di aver avuto 64 figli, ma documenti alla mano ne risultano 9 in meno, in ogni caso seppure avesse ragione ed i 9 figli fossero illegittimi, il record resterebbe alla Vassilyeva, attestata a quota 69.
Insomma per noi che di queste realtà abbiamo solo i racconti, un po’ confusi della nonna e che alla domanda di rito “Ma come facevi a crescerli?” rispondeva serena “I più grandi crescevano i più piccoli”, queste storie mettono un pizzico d’ansia.
Certo le famiglie numerose sono belle, hanno il loro fascino, mettono allegria ma, fermiamoci per un attimo ed immaginiamo una giornata come tante, una di quelle da sveglia alle 6,00 tempo per una doccia, colazione veloce, i bimbi da tirar giù dal letto, vestiti che si sparpagliano disastrosamente per casa, zainetti da riempire con merendine e succhi di frutta, lunghe guerre per convincerli che lo spazzolino serve per lavare i loro denti e non quelli del cagnolino che nel frattempo reclama la sua ciotola di “croccantini”, insomma un inizio ricco e pieno di impegni specie se i bambini sono due o addirittura tre.
Sono certamente questi i numeri massimi da noi conosciuti e sarebbe divertente, ma solo sulla carta, fare un salto nel passato, riportare in vita Valentina Vassilyeva, ed immaginare la sua di giornata tipo.
In soccorso qualche balia ci sarà stata anche se dai libri di storia, lei risultava essere una semplice contadina che viveva a Suja, una piccola cittadina della Russia, con suo marito Fedor Vasil’ev.
I figli saranno cresciuti probabilmente in una grande casa colonica, con tanti letti ed una cucina immensa.
Pochi mobili ma in compenso tante sedie impagliate, piccoli sgabelli in legno e tanti cuscini con pezzi di stoffa cuciti insieme in una fantasiosa ed originale armonia.
I giocattoli tutti in bianco e nero, un pizzico grigi ma capaci d’incantare i bambini molto più a lungo di un qualunque moderno videogioco. Quella fune, quella palla, quel cerchio avevano la capacità di stimolare la loro fantasia, rendendoli protagonisti e non semplici fruitori di un mezzo.
Andare a scuola era un impegno limitato nel tempo, nei piccoli paesi le braccia più che le menti avevano un ruolo fondamentale. Per le donne gli studi s’interrompevano anche prima d’iniziare perché spesso si nasceva “già mamme”, ed imparare a “fasciare e sfasciare” un fratellino era anche più divertente rispetto a farlo con un “futuro Cicciobello”.
Il tempo era scandito da impegni precisi ma un camino era acceso e sul fuoco bolliva sempre una minestra. I lavatoi erano colmi di panni da “sciorinare”, e durante quelle giornate uggiose ed umide, quando anche i campi potevano aspettare e gli animali erano bloccati nelle stalle, immagino tutti i ragazzi, i bambini, raccolti intorno all’unica poltrona di casa a raccontarsi di principi e principesse, di grandi castelli con tante camere dove ognuno avrebbe avuto i suoi giocattoli, i suoi vestiti e non avrebbe dovuto aspettare di veder smesso quel pullover del fratellino più grande per poterlo finalmente indossare, o guardare il proprio piedino crescere troppo in fretta dentro quelle scarpe, un numero indietro.
Ma l’immagino anche felici e sorridenti, mentre si scambiano la buonanotte e quelle voci risalgono sulle pareti e riempiono lo spazio, gli regalano un’anima, quella che forse noi, troppo presi dal nostro quotidiano, abbiamo dimenticato di lasciar venir fuori ma per la quale abbiamo lasciato tanto, troppo spazio, forse inutilmente.