GALLI: LA SINISTRA E’ IN CRISI MA ESISTE COME IL SOCIALISMO

DI CARLO PATRIGNANI

Non è affatto vero che la sinistra non esiste e non è vero che il socialismo è morto: un popolo di sinistra in Italia ancora c’è, ne sono una prova Pd, Leu e Potere al popolo. Certo, è una sinistra in cerca d’identità, che arranca, che è in difficoltà, persino in declino, ma, pur avendo subito delle ripetute e gravi sconfitte esiste, come esiste il socialismo.

Così il politologo e storico Giorgio Galli, un 90enne pieno di vigore intellettuale, di attenzione per quel che accade nella società e dotato della rara capacità di far nessi tra il presente e il passato per tessere un quadro d’insieme, smentisce il luogo comune per cui la sinistra non c’è o, peggio, che il socialismo è morto: Pedro Sanchez, neo-premier della Spagna docet.

Oggi la sinistra, in Italia e in Europa, è obbligata a comprendere e dar risposte al fenomeno – storicamente non del tutto nuovo – dei populismi di destra e di sinistra, nati sull’onda delle crescenti diseguaglianze economico-sociali prodotte dall’ideologia dominante, il neoliberismo che anche la sinistra, in Italia e in Europa, chiosa il politologo eretico e poco rassicurante per la sinistra stessa, ha erroneamente adottato e praticato nei governi di centro-sinistra.

Intanto abbiamo davanti l’inedito governo populista giallo-verde.

Il 4 marzo bisogna prender atto che è saltato il sistema politico dei partiti tradizionali conosciuti nel ‘900 e siamo entrati in una fase politica nuova, tutta da scrivere: non mi pare l’attuale il miglior governo possibile per affrontare la crisi economica e sociale. Vedremo cosa sarà capace di fare. Però, non sono affatto preoccupato: il Paese, non mi stanco di ripeterlo, ha gli anticorpi giusti e ben solidi.

E veniamo alla sinistra che c’è, che esiste, e che si è espressa, divisa e litigiosa, nel voto del 4 marzo: tra Pd, Leu e Potere al popolo il popolo di sinistra è fatto di 7,2 milioni di persone, poco più del 22%.

Purtroppo la sinistra attuale difetta di una autorevole direzione politica: è la sua debolezza che si integra con l’assenza di un pensiero forte sul modello di società cui aspira. E questo gap ideale spiega i suoi insuccessi. Le divisioni, storicamente, ci sono sempre state, ma quelle del passato avevano alla base un’idea di modello di società. Oggi manca una piattaforma di base, un collante, che, per me, è l’analisi e la critica del capitalismo, dei suoi veloci cambiamenti strutturali, per la cui comprensione il marxismo serve ancora.

Dunque è da qui, dal marxismo, che si può e si deve ripartire?

Sì. La ragion d’essere della sinistra è stata (ed è) la lotta per l’emancipazione dei più deboli dai più forti, dai privilegiati. Così fu alle orgini quando si iniziò a parlare di socialismo. La guida teorica poi divenne l’analisi e la critica del capitalismo e, con essa, del libero mercato, di cui, negli anni successivi al crollo dell’impero sovietico, la sinistra fece il suo credo. Questo deragliamento dai valori cardine – uguaglianza, libertà, giustizia sociale – e dall’analisi e critica del capitalismo, è avvenuto perchè la cultura, l’intellighenzia di sinistra, ha dedotto che crollata l’Urss fosse crollato anche il marxismo.

L’errore storico, insomma, fu quello di aver confuso il marxismo con il regime autoritario e illiberale creato da Stalin nell’Urss?

Sì. Aver identicato il marxismo e il socialismo con l’Urss ha determinato la decapitazione di quel grande prodotto culturale che è stato il marxismo, che avrebbe consentito di analizzare i veloci cambiamenti del capitalismo e di capire per tempo il capitalismo globabilizzato delle 500 muiltinazionali che governano il mondo, invece di ritrovarsi spiazzati dal dogma della Thatcher non c’è alternativa al sistema neoliberista, che è l’unico possibile.

Cosa dovrebbe nell’immediato la debole sinistra?

Deve ricominciare a far ricerca, come storicamente ha sempre fatto, e capire in che mondo viviamo: dovrebbe chiedersi perchè ci ritroviamo i populismi di destra e di sinistra. Questo lavoro è indispensabile per non diventare succubi del capitalismo globale delle multinazionali, per riacquistare un pensiero critico, per riappropriarsi aggiornandoli di certi valori delle origini, tuttora validi.

E’ stato questo deragliamento un errore storico pagato a caro prezzo: è troppo tardi per ravvedersi?

Non è mai troppo tardi per fare una sana autocritica. Con l’ideologia neoliberista la sinistra ha sposato il dogma del libero mercato. E oggi sentiamo: i mercati sono preoccupati, i mercati reagiscono alle decisioni o non decisioni della politica. Chiarissimamente va detto che i mercati non esistono: sono entità del tutto astratte, divine, che, come tali, non esistono. Viceversa, esistono i manager, i top manager delle grandi multinazionali, dei grandi istituti bancari, delle agenzie di rating che governano il mondo: come sistema Italia, siamo l’anello più debole di questo sistema globale, di cui pochi o nessuno parla, perchè non si fa più nè l’analisi nè la critica al capitalismo, per non infrangere lo status quo.

Ha la ricetta per uscire, o almeno tentare di uscire da questa situazione?

Sì. Penso che la sinistra dovrebbe battersi perchè i componenti dei CdA delle grandi multinazionali, delle grandi finanziarie, delle agenzie di rating siano eletti a suffragio universale e non vengano scelti per cooptazione: è probabilmente un’utopia, ma per l’oggi, per il futuro chissà.

Il sentimento della rassegnazione non alberga insomma nell’anomalo 90enne attentissimo osservatore dei mutamenti culturali, politici, economici e sociali che alle spalle – sottolinea l’eretico politolo e storico – hanno sempre un pensiero.

Sono per natura ottimista e curioso di tutto quel accade in giro: se Jeremy Corbyn ha saputo ricreare il socialismo delle orgini attirandosi le simpatie di tanti giovani con la speranza di una società per i molti, non per i pochi e se lo stesso sta facendo negli Usa Bernie Sanders, con Our Revolution, non vedo perchè non possa accadere anche da noi. Si dovrebbe in tal senso riscoprire l’acomunista Riccardo Lombardi che nei primi anni ’60 capì come stava cambiando e in quale direzione stava andando il capitalismo: questa fase della vita di Lombardi non è stata approfondita abbastanza.

Ma non è mai troppo tardi per farlo.

Certamente, risponde lo storico, che prima di congedarsi ha un’ultimo pensiero: viviamo in un’epoca di grande incertezza. Pur se il voto del 4 marzo ha messo a nudo il mal funzionamento del sistema politico, visto che gli elettori hanno abbandonato i partiti tradizionali, di massa, la nuova fase che si è aperta può essere l’occasione giusta per ricostruire una sinistra nuova, originale e anche sconosciuta. Tocca ai clerici vagantes fare questo lavoro ideale di di stimolo.