LA FIDUCIA A TEMPO DI GIUSEPPE CONTE

DI LUCIO GIORDANO

La parte migliore dell’intervento del neo  presidente del consiglio è stato quello sui diritti sociali. Dice Giuseppe Conte : ” I cittadini italiani hanno diritto a un salario minimo orario, a un reddito minimo di cittadinanza”. Tripudio tra i fattorini delle pizze e tra  i disoccupati. Comprensibile e giusto. E’ sul lavoro, infatti,  che questo governo dovrà fare la propria nobilitate. E’ il lavoro, senza se e senza ma,  il nodo più importante dei problemi degli italiani. Altro che migranti, altro che i rapporti con la Russia. Altro che la flat tax del cui capitolo c’è forse da salvare solo la Pace fiscale,  il mega maxi condono voluto dalle lega nord per stracciare le cartelle esattoriali con sconti dell’ 80 per cento. Cosa  che farebbe tirare un respiro di sollievo, oltre ai furbi ,anche  a chi , dalla  crisi finanziaria creata ad arte dagli squali di wall street nel 2008, è stato messo in ginocchio. Ma Conte non dice bene come e con quali coperture affronterà i temi dell’occupazione: rimanda semplicemente al contratto firmato da Lega nord e 5 stelle,  Va giù duro  e convince, invece, , su corruzione, mafia, grandi evasori:  in pratica  il programma dei 5 stelle che fa tremare i polsi a Berlusconi. Salvini, ‘angelo’ custode alla sinistra di Conte,  si stranisce e fa capire che questo governo potrebbe saltare in pochi mesi.

Dimentica però Conte, lui professore universitario, temi fondamentali per il bene di una nazione, come cultura e istruzione. roba che fa mangiare e anche bene. Non si parla nemmeno  del rilancio della sanità pubblica  e la cosa è assolutamente grave. Segue invece la scia leghista sui migranti, il neo premier, e qui si dovrebbe aprire un lungo capitolo a parte per far capire che il tema è molto più spinoso, complicato e di difficile soluzione  di quanto faccia intendere Salvini con la sua ‘pacchia è strafinita’.

Per due terzi del proprio intervento, insomma,  il timido Conte  convince. Nei confronti dei 5 stelle l’apertura di credito degli italiani c’è ancora. E’ vero: concede loro massimo sei mesi per vedere cosa realmente sia in grado di combinare questo esecutivo, se cioè dal contratto nero su bianco  si dovesse passare ad uno sbiadito libro dei sogni. Ma li concede. Si è già spenta invece quella apertura di credito nei confronti della Lega Nord. Salvini e i suoi hanno  fatto capire dove vogliono andare a parare: migranti, legittima difesa, flat tax, rapporti con la Russia.  A loro interesse solo questo. Coerentemente, puntano ai temi di estrema destra ma non è detto che gli italiani in difficoltà ne siano interessati.

Va da sè: mettere insieme due approcci così diversi, se non impossibile sarà difficilissimo. I 5 stelle in stato di estasi permanente per tutta la giornata di ieri, devono tenere conto inoltre, dell’appoccio intimidatorio della troika e  dei continui ricatti che il segretario della Lega nord farà ogni volta che strizzerà l’occhio a Berlusconi e alla Meloni. Per la verità, la sua è  una pallottola spuntata, anche perchè la destra ormai è completamente implosa. E se i tre,  magari seguendo una strategia sottobanco, decidessero di rimettere insieme i cocci, gli italiani li seppellirebbero con una risata.

Il capolavoro Di Di Maio, l’unico per la verità, è stato infatti  proprio quello di spaccare il fronte reazionario. Ma i 5 stelle non cantassero vittoria. Quel 33 per cento è ballerino: accordarsi con il carroccio è stato inevitabile ma non intelligente. Tanti suoi elettori hanno già detto addio e la prossima volta non voteranno M5s. E il movimento, inoltre,  ha tutti contro . Compreso Salvini, che farò di tutto e di più per fagocitarli. Scampare alle trappole sarà  dunque un’impresa titanica. A meno che Di Maio non accetti di vivere di compromessi. Ma una legislatura così, per loro,  sarebbe un Vietnam, poche storie. E però quei 171 voti a favore, al senato, ieri, sono un dato di fatto. Conte oggi è atteso alla camera per la fiducia definitiva  ed è pronto a gridare ai suoi:  Avanti Savoia. Che Savona  ha già fatto capire di volere tornare indietro.