MATTEO SALVINI, LE TASSE, KEYNES E LA SCUOLA DI CHICAGO

DI FRANCESCA CAPELLI

La dichiarazione di Matteo Salvini a “Radio Anch’io” (“Ragazzi, se uno fattura di più e paga di più è chiaro che risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più. Non siamo in grado di moltiplicare pani e pesci. L’assoluta intenzione è che tutti riescano ad avere qualche lira in più nelle tasche da spendere”) che tanta indignazione ha suscitato – soprattutto nella sua sintesi a uso titolo – merita un piccola spiegazione. Diciamo che gli economisti che non mettono in discussione il capitalismo si dividono, vado a spanne, in due grandi categorie: keynesiani e neokeynesiani e neoliberisti-scuola di Chicago.
I primi hanno una visione dell’economia dal lato della domanda, ritengono cioè che è la domanda che sostiene consumi e reddito e che i consumi vadano difesi a qualsiasi costo, inflazione compresa (per cui se c’è disoccupazione lo stato deve farsi creatore di posti di lavoro, redistribuire il reddito attraverso sussidi e trasferimenti alle famiglie, perché – peggio di un disoccupato – c’è solo un disoccupato che non consuma e quindi non fa ripartire le fabbriche e l’occupazione). Per questi economisti, quindi, la tassazione deve essere progressiva perché l’obiettivo dello stato è redistribuire.
I Chicago Boy, capeggiati da Milton Friedman, sostengono invece un’economia supply-side, cioè dal lato dell’offerta (rivisitazione bollita della legge di Say). L’assunto si basa sulla curva di Laffer (nel grafico qui sotto), che mostra come oltre un certo livello la tassazione, anche se progressiva, diventa insostenibile (le imprese sarebbero costrette a chiudere) o spinge all’evasione, quindi aumentare troppo le tasse avrebbero come effetto paradosso quello di ridurre il gettito.
L’idea di fondo, quindi, è che se si detassano i ricchi e li si fa prosperare, grazie a una tassazione regressiva più totale liberalizzazione del mercato e delle leggi sul lavoro, poi il loro benessere ricadrà come pioggia di dollari anche sui poveri. Tipo le briciole per i cani quando sbatti la tovaglia.
Teoria che fa acqua da tutte le parti, che è stata sperimentata con risultati devastanti in America Latina da tutte le dittature militari e che ora sta tornando in auge.
Qualcuno dice che funzioni, in realtà funziona solo se l’economia sta già andando bene (ossia se i fattori i produttivi sono in piena occupazione), anziché essere in fase di recessione o si sottoccupazione. Inoltre non si cala mai nella realtà pratica, non si capisce perché – per esempio – ridurre le tasse ai grandi imprenditori va bene, ma alle piccole e medie imprese no. Ancora, non è detto che la riduzione delle tasse stimoli gli investimenti, dipende dalle aspettative sull’economia, sui consumi e sui tassi di interesse. Infine, se anche aumenta il Pil, aumenta anche l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze interne.
Allora, il problema non è Salvini che dice che la tassazione regressiva è una pratica corretta, ma il fatto che l’abbia detto uno a cui dopo hanno dato il Nobel (Friedman, le cui citazioni imperversano in Rete anche sulle bacheche di quelli che oggi si indignano per Salvini).