TRATTATO DI DUBLINO: NESSUNA RIFORMA. ERA ORRENDA, MA AL PEGGIO NON CI SONO LIMITI

DI ALBERTO TAROZZI

E’ saltata l’intesa Ue per una revisione degli accordi di Dublino, quelli firmati in altri tempi, che predestinavano all’accoglienza del migrante il paese di prima accoglienza.

Passano gli anni e le guerre in atto hanno fatto sì che fossero i Balcani e il Mediterraneo le rotte privilegiate. E Grecia, Italia, Malta, Cipro, Spagna i Paesi Ue che all’accoglienza, volenti o nolenti, dovevano provvedere.
Una palese ingiustizia rilevata anche dal parlamento europeo che aveva stabilito che nuovi principi di equità si sarebbero dovuti sostituire al caso: passaggio cardine di questa revisione doveva essere la ricollocazione dei migranti, forzati alla fuga dagli eventi, in maniera omogenea tra i differenti paesi Ue.
L’Italia aveva accolto quella presa di posizione con un respiro di sollievo e il nostro governo aveva più volte stigmatizzato il comportamento di Paesi come Polonia e Ungheria che avevano frapposto il loro categorico no ai desiderata dell’Europa, senza peraltro subirne ritorsioni significative.

La speranza era che una commissione presieduta dalla Bulgaria traducesse efficaccemente in termini attuativi il voto del parlamento. Viceversa, il lavoro di quella commissione ben poco produsse e per di più, quel poco, oltre che irrilevante, risultò addirittura controproducente: veniva si introdotto, in ultima istanza, l’obbligo dell’accoglienza anche ai recalcitranti, ma con tempi e modalità capaci di vanificare il senso del voto parlamentare. Grazie alla nuova proposta di normativa la permanenza del migrante nel Paese di prima accoglienza pareva destinata a protrarsi per anni, fino a demotivarne il riposizionamento.
Inoltre il Paese destinatario del riposizionamento, se non in caso di situazione economico e sociale grave del primo accogliente, tutta da dimostrare, se la poteva cavare rifiutando, ma col pagamento di una quota che, rispetto alla proposta originale, si era fatta via via inconsistente.
Aggiungiamo che, nel corso del tempo, per ottenere il ricollocamento, si sarebbero pure dovute aggravare le condizioni di malessere economico-sociale del Paese di prima accoglienza. Nel nostro caso solo un deterioramento della nostra situazione economica, abbinata a un arrivo di profughi in costante e significativa crescita ci avrebbero potuto garantire che il meccanismo del ricollocamento sarebbe scattato. Una presa in giro o poco meno.

Fu così che l’insabbiamento della proposta di un paio di giorni fa venne esibito come una vittoria dal governo in carica del neo ministro Salvini, peraltro nemmeno presente al momento dell’ultima trattativa, sostituito da nostri dirigenti. Lo stesso governo uscente, quanto meno in prima battuta, si accreditò come partecipe della medesima vittoria, come del frutto di un lavoro che derivava dall’impegno del precedente dicastero.
Una vittoria comunque, al tirar delle somme? Mica tanto se è vero che Elly Schlein parlamentare italiana  a Bruxelles (attualmente rappresentante di “Possibile”) e relatrice per la riforma del sistema Dublino non ha mancato di criticare la posizione della nostra rappresentanza. Cosa era successo? Era accaduto che di fronte alla irricevibile proposta della presidenza bulgara, le critiche erano state numerose, ma disomogenee tra loro.

1) I Paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, ma anche il nuovo governo della Slovenia sembra avere orientamento analogo) avevano proseguito la loro battaglia di principio, opponendo un fermo no alla proposta di riforma, proprio perché conteneva il principio della ricollocazione, anche se ben difficilmente avrebbe avuto per loro conseguenze particolarmente negative. Per ragioni presumibilmente analoghe avevano assunto una posizione simile i Paesi del Baltico (Estonia, Lituania e Lettonia). Disposti solo a pagare qualcosa, ma niente accoglienza.

2) Viceversa non si erano pronunciati in termini drasticamente negativi proprio Paesi che, come peraltro l’Italia, si trovano in prima linea con funzioni di prima accoglienza, vale a dire Grecia, Malta e Cipro. Lo scopo, condiviso dalla Schlein, era quello di pensarci su, tenendo comunque aperto il dibattito sul tema della ricollocazione, accantonato il quale, solo punto di discussione sarebbe rimasto il respingimento dei profughi, il quando e il come farlo.

3) Di fronte a tale situazione l’Italia, seguita dalla Spagna, ha di fatto spaccato il fronte dei Paesi di prima accoglienza, votando come quei Paesi, vedi l’amica (di Salvini), Ungheria di Orban, che col loro categorico rifiuto sono finora stati per noi il principale ostacolo alla ripartenza dei “nostri” profughi verso altri lidi. In altre parole il nostro no, nel contesto specifico della discussione, è suonato come categorico e pregiudiziale rifiuto di una prospettiva di accordo, in consonanza col sovranismo di Ungheria e &, più che come passaggio di una battaglia fino in fondo sul terreno della ricollocazione, come proposta da Grecia e &.

4) Di fronte alla spaccatura evidente anche il no della Germania soprattutto, ma anche di Austria (più vicina agli ungheresi) e Olanda, è apparso come un prendere atto dell’impossibilità di un accordo piuttosto che come una sottolineatura del dissenso su di uno o di un altro punto. D’altronde, pure senza una presa di posizione negativa, anche paesi più disposti alla mediazione sono subito apparsi abbastanza disimpegnati, come nel caso della Svezia e soprattutto della Francia, che in quel di Ventimiglia ha già dimostrato una certa dose di volontà sovranista, sia pure non apertamente dichiarata.

Se aggiungiamo che la proposta bulgara sembrava fatta apposta per non conseguire un accordo, resta da dire che di unità politica dell’Europa, in quel di Bruxelles, si sono veramente perse le tracce, come non ha mancato di rimarcare il segretario di stato belga che ha apertamente parlato di morte del progetto di riforma.

Adesso la presidenza della Commissione tocca all’Austria e non a caso il premier del governo di centro destra di Vienna, il rampante Kurz, a noi meglio noto come proponente di uno schieramento di carri armati al Brennero, pare avere imbroccato la strada della definizione di confini da presidiare all’esterno della Ue, con relativo respingimento degli invasori. Un respingimento alla Salvini o se preferite alla Minniti, spinto fino alla costituzione di filtri in terre africane.
Appendici “innovative” di tale strategia sarebbe la negazione al rifugiato di poter scegliere il paese di destinazione, che diventerebbe così casuale e tale da stroncare la progettualità del migrante, nonché una particolare attenzione alle nuove tecnologie comunicative: si parla del ritiro dello smartphone al momento dello sbarco e della possibilità di leggere in esso, tramite gps il percorso compiuto dal migrante, al fine di rispedirlo al mittente anche in assenza di documentazione di identità.

Riassumendo una “vittoria” dal gusto insapore, per non dire amaro, per non dire decisamente acido.