LEADER DI POPOLO. STORIA DI SALVATORE CHE INVITA A “USCIRE UN LENZUOLO BIANCO”

DI NANDO DALLA CHIESA

Finalmente sono riuscito a rintracciarlo. Salvatore. Così si chiama, cognome Benintende, il giovane leader di popolo che ho ammirato il giorno 23 maggio per le strade di Palermo mentre da un primitivo camioncino guidava il grande corteo di giovani partito dall’aula-bunker per andare all’albero Falcone. Un leader naturale, come pochi ne ho conosciuti. Il microfono che nelle sue mani è gentile e ruggente, le parole e le soste che scaldano i cuori anche ai bambini, gli incitamenti mai banali e men che meno volgari, le appassionate e sicilianissime esortazioni a “uscire un lenzuolo” rivolte a chi dalle finestre guarda il corteo. I lenzuoli bianchi ai balconi, da quel 1992 segno di ribellione. “Anche se non avete i lenzuoli, uscite qualcosa di bianco, pure un foglio, visto che siete in un ufficio”. E i fogli e le magliette escono e perfino i lenzuoli vengono srotolati nel tripudio generale, di cui lui si fa interprete entusiasta ed educato verso le anziane signore o le famiglie affacciate. Applausi dalle finestre, partecipazione di popolo.

“Mi prende tra gli scatoloni, prof, stiamo facendo l’ennesimo trasloco, una delle solite disavventure, l’infiltrazione d’acqua. No, non sono sposato, vivo con due amici, Danielino lo chef e Antonio che fa il coadiutore di un amministratore giudiziario. Vicino l’Antica focacceria San Francesco, conosce?”. Salvatore racconta spicchi di storia personale. Padre impiegato comunale a Leonforte, provincia di Enna, di cui è originario. Madre farmacista. E studi a Lettere e filosofia a Palermo, un corso di laurea in beni demo-etno-antropologici, presto chiuso come annunciato dal nome. Si è rifatto studiando da europrogettista. E oggi fa il project manager per la fondazione Falcone. “Sì, ma a me piace di più fare l’operatore, così mi definisco, andare nelle classi, cucire rapporti, promuovere relazioni”. C’è una parola magica nel suo linguaggio, ed è “incrocio”. Gli piacciono gli incroci delle esperienze di vita, delle culture. Quelli di cui si occupa gli riescono bene, lui stesso è in fondo un incrocio. Fondazione Falcone, Libera, Cinemovel (“sono bellissimi i laboratori di schermi in classe, l’ha visto il libro di Giulia Tosoni?”), ministeri, terzo settore, rigenerazione urbana, ora anche i celebri Cantieri culturali della Zisa di Palermo. Ma non chiedetegli se si sente un “free lance dell’antimafia”. Non gli piace perché è inchiodato a questa terra, altro che free. “La cosa più importante che ho fatto è stato scegliere di rimanere in questa città. Di cercare qui tutti gli strumenti per stare nel tempo in cui vivo.”

Appunto, il tempo dei 30 anni in arrivo. Lo rivedo mentalmente il pomeriggio del 23 maggio mentre l’azzurro del cielo palermitano si fa più denso, e lui, barba castana e giacca blu, dirige migliaia di giovani giunti da ogni dove che alla sua parola si affidano per capire esattamente che cosa stanno facendo, dove sono, in che storia sono piombati. Lo rivedo mentre dal palco attende calmo le personalità in ritardo e parla a una folla sempre più pigiata ed emozionata (vedi foto), introducendo come un provetto presentatore Giovanni Caccamo e Maurizio Musumeci detto Dinastia, le signore in lacrime quando il primo canta il Battiato di “avrò cura di te”, i giovani commossi alla canzone del secondo, in romantica guerra con il sarcasmo siciliano del chi te lo fa fare. Riempie il tempo, Salvatore, fa muro alla retorica, e parla da leader, cose intelligenti, coinvolgenti, senza che nessuno si accorga che inventa tutto al momento. Una folla immensa lo segue.

“Era importante stavolta. Negli anni scorsi abbiamo avuto qualche amarezza, lei Palermo la conosce, no? Ma ora dovevamo far vedere che c’eravamo. Occorreva l’orgoglio di massa, dopo la vergogna per Saguto e Montante, e anche la delusione per Ingroia. Da un paio d’anni facciamo convivere quante più esperienze possibili, cerchiamo di generare incroci (rieccoci…), abbiamo fatto dei nuovi innesti e il 23 abbiamo capito che sono riusciti benissimo. Una manifestazione grande e genuina”. Salvatore si ferma un attimo, poi si lascia andare. E intenerisce. “Però lo sa che è da dodici anni che presto la mia voce al movimento dell’albero, che guido qualcosa più grande di me, che sto sul palco, e mai nessuno mi ha chiamato per nome?”. Ora è un nome anche lui, finalmente. “Che cosa desidero? Sogno che prima o poi finisca quest’ansia. Vorrei svegliarmi un giorno e poter dire ‘c’era una volta la mafia’. Vorrei che ciò che stiamo facendo dimostri quel giorno di avere avuto un senso: liberare la nostra terra”.

(scritto su Il Fatto Quotidiano del 4.6.18)

Nota a margine: se il “congiunto” è un “fratello” (e che fratello, e che storia…), si dice “fratello”…. Le parole hanno un senso