SINISTRA CONFUSA NEL CATTO-COMUNISMO: HA SMARRITO LA SUA RAGION D’ESSER

DI CARLO PATRIGNANI

“Chi la sostiè la parte ppiù ssudata? Dite, er burattinaro o er burattino?”. Se lo chiedeva già Gioacchino Belli, per dire del rapporto tra una persona di potere, arrogante e prepotente, e una persona senza identità, personalità, manovrata da altri, il burattinaio appunto.

La stessa domanda vale oggi dopo aver ascoltato, dai banchi dell’opposizione, l’invettiva – poco signorile – di un parlamentare che, in pochi anni, da sindaco è diventato ministro, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e ancora ministro, rivolta al neo-Presidente del Consiglio: “Conte, sei un pupazzo”.

Oibò, che gran scoperta! Il Paese avrebbe ora, a detta del parlamentare, relegato dal voto del 4 marzo all’opposizione, un Presidente del Consiglio che, docente di diritto privato, sarebbe teleguidato da un “burattinaio”: se fosse vero, lo si scoprirà presto.

Nella storia della 72enne Repubblica Italiana che, secondo illustri storici, non ha fatto i conti con il Ventennio – si scelse la comoda via dell’amnistia Togliatti-De Gasperi all’epurazione richiesta dagli azionisti e al mai fatto simil processo di Norimberga – sono stati pochi i Presidenti del Consiglio e gli stessi Presidenti della Repubblica pienamente autonomi e indipendenti dalle logiche ferree del sistema, andato in tilt il 4 marzo scorso, della partitocrazia.

Così, per un raffronto storico, due nomi a caso.

Tra i primi, il dc Amintore Fanfani che guidò il primo centro-sinistra del ’62 – “l’unico vero centro-sinistra mai esistito” – con l’appoggio esterno del Psi: fu il periodo delle riforme  di struttura o strutturali – non quelle dei due Mario: Monti e Draghi – come la nazionalizzione dell’energia elettrica, la scuola media unica, la riforma dei consorzi e l’abolizione della mezzadria, il riconoscimento giuridico dei diritti sindacali e politici dei lavoratori sul luogo di lavoro, l’avvio dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori che, predisposto dal ministro del Lavoro, Giacomo Brodolini fu approvato – legge 300 – nel 1970: il Pci, oibò, si astenne.

Al governo Fanfani – succeduto a Pella e Tambroni: “il primo faceva i disoccupati, il secondo li fucilava”, fu impedito dal ‘tintinnar delle sciabole’ del generale De Lorenzo di proseguire l’opera rinnovatrice del Paese con la riforma dell’opaco sistema bancario (“una rocca impenetrabile”) e con la riforma urbanistica che colpiva i grossi interessi edilizi e le rendite fondiarie e che avrebbe evitato lo scempio urbanistico.

Tra i secondi, se si sbaglia a mettere personaggi come Giovanni Gronchi, Antonio Segni o Giovanni Leone, non si sbaglia a mettere il Presidente della Repubblica più amato dagli italiani: il partigiano Sandro Pertini che citò, tra “i luminosi esempi” della sua formazione politica, Matteotti, i fratelli Rosselli, Piero Gobetti e Antonio Gramsci, e che da ateo aprì le porte di Palazzo Chigi alle forze laiche, che ne erano fuori dal ’45, prima al repubblicano Giovanni Spadolini e poi al socialista Bettino Craxi.

Nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, un nome su tutti: Matteo Renzi, che il parlamentare d’opposizione ben conosce, perchè rende lapalissiana la differenza tra il primo centro-sinistra riformatore, non riformista, e i successivi basati sulle privatizzazioni a pioggia, sul progressivo disconoscimento dei diritti sociali, fino all’abolizione della ‘giusta causa’, l’art.18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori, sulla precarietà del lavoro resa con il Job Act strutturale e sul dominio del sistema bancario e finanziario.

Si può dire che le riforme di struttura o strutturali del ’62 e quelle dell’ultimo ventennio sono divise da un baratro: le prime miravano a cambiare la società definita dal capitalismo, immettendo in una società di diseguaglianze forti elementi di uguaglianza per migliorare le condizioni di vita del mondo del lavoro e dare un futuro ai giovani; le seconde, manipolandone e stravolgendone il senso in un imprecisato ‘riformismo modernista’, si sono, in nome del capitalismo fnanziario, uniformate al dogma neoliberista del libero mercato che tutto aggiusta, cancellando ovviamente le prime.

Quel che sarà capace di fare l’inedito governo giallo-verde, composto da due forze non omogenee, un movimento populista il M5S nè di destra nè di sinistra – ma sarà vero che non ha dirigenti e elettori di sinistra? – e un partito radicato nel terrtorio che da regionalista si è fatto nazionalista e anti-immigrati, la Lega, lo si vedrà presto.

Di certo si è aperta una nuova fase, per il tracollo dell’inefficiente e screditato sistema politico dei non credibili partiti tradizionali, tutta da inventare e da scrivere.

In questa fase di transizione – dal noto all’assolutamente nuovo e sconosciuto – poteva, e forse può ancora esserci, la possibilità di un dialogo e di un confronto tra forze, magari diverse, magari divise da rancori, ma, fino a prova contraria, che non hanno disconosciuto la Costituzione repubblicana, tanto da esserci stato un beneaugurante avvio che, improvvisamente, è stato stoppato, via etere, da Renzi.

E tutti son tornati orecchie basse e spalle curve sui loro passi: chi è allora il pupazzo? O parafrasando il Belli “chi la sostiè la parte ppiù ssudata? Dite, er burattinaro o er burattino?”. Come sempre, intelligentemente, la risposta alla domanda la daranno gli elettori che come diceva l’ineguagliato Principe de’ Curtis: Cca nisciuno è fesso.

La sinistra, insomma, ha smarrito la sua ragion d’essere – l’analisi e la critica del capitalismo e la stella polare dell’uguaglianza – per essersi confusa in un’amalgama mal riuscita, nel catto-comunismo, che l’ha resa, nella ricerca ossessiva di un fantomatico ‘centro’, complice e burattino, di scelte tendenzialmente di destra, imposte dal burattinaio, l’incontestabile neoliberismo.