G7 : BOTTO FINALE, TRUMP NON CI STA, MA SI DECIDONO ALTROVE I NOSTRI DESTINI

DI ALBERTO TAROZZI

 

G7 si chiude. Si era iniziato parlando di guerra. Quella di inizio ‘800, quando truppe straniere diedero fuoco alla Casa Bianca. Trump in fobia anti Trudeau, si lasciò scappare che erano stati i canadesi. ma il premier del Paese ospitante gli ribatté che furono gli inglesi e quindi che si dovrebbe risparmiare dal dire stupidaggini. In Canada stanno legalizzando la marijuana, ma certe fesserie sono di gran lunga più tossiche. Così iniziò la due giorni di coloro che si considerano i grandi del pianeta. E così è finita, con Trump che dopo aver firmato, in viaggio per Singapore per l’incontro con Kim ci ripensa dicendosi pronto a mettere dazi sulle auto europee. E ritorna alla carica contro Trudeau da cui si dichiara offeso, per il fatto che il premier del Canada aveva definito un insulto i dazi americani

Durante la sua permanenza a La Malbaie, luogo del vertice, Trump aveva fatto un paio di comparsate e poi abbandonato la compagnia. Trudeau ne aveva sottolineato la mancanza di stile fotografando la sua sedia vuota. Dei punti sul tappeto poco o nulla si viene a decidere. Sul clima che si parla a fare, se manca colui che manda tutto a rotoli? Della Russia hai un bel da dire che non la vuoi e che la sanzioni. Mosca guarda altrove. Sui dazi introdotti da Trump ruota il documento finale: sono brutti, ma il problema sono gli accordi del Wto che vanno rivisti, tenendo conto (detto sottovoce) della minaccia cinese. Ma su questo ci sta pure Trump col quale è invece in atto una guerra commerciale. Merkel annacqua la polemica, Macron accentua la polemica, ma poi finisce che la firma di Trump viene smentita dall’interessato.

Ci siamo anche noi, con un premier che rimedia elogi per il suo poliglottismo e una metaforica pacca sulla spalla da Trump. Macron peraltro riesce a ridimensionare le aperture del nostro governo a Putin: riammissione al G7 e cancellazioni delle sanzioni? Un semplice auspicio. Ma non è questa la partita che conta, né per il pianeta, né, nel nostro piccolo, per l’Italia.

Il mondo guarda piuttosto a Pechino: incontro di Putin con Xi. Affari di ordine politico militare tra i due Paesi e un occhio rivolto a quattro miliardi di abitanti, in vista di una nuova rete di alleanze. Rifiuto della strategia delle guerre umanitarie e quindi delle ingerenze negli stati sovrani, per risolvere le questioni locali. Trump se ci sei, dopo il tuo passaggio in Nord Corea, batti un colpo. E’ il funerale dell’ideologia liberal dei democratici americani, forse la cosa lo può interessare.

Ma interessa di certo India, Pakistan, Iran, Bielorussia e non si sa quanti altri, in Asia e anche in Africa. Europa bypassata: a noi conviene prestare una certa attenzione, con tutto l’interscambio che abbiamo con la Russia. E anche la Cina non ci è poi così lontana, se è vero che l’intervento nelle infrastrutture dei Balcani dell’industria cinese deve imbarcare anche le industrie di un paese Ue e l’Italia è in pole position. Insomma il baricentro degli interessi mondiali si sposta ad est. La popolazione del Quebec da domani, non vedrà più nessun grande. Di grande le resteranno le balene, privilegiato oggetto del turismo marino dalle parti sedi dell’incontro, dove si aggirano gli appassionati di whale watching (osservatori delle balene).

Il G7 assume, a parte il botto finale di Trump contro tutti, un peso sempre minore tanto che Putin, a Trump che si batte per la sua riammissione ha già risposto ricordando che al momento è lui per primo a interessarsi ad altri lidi. E Lavrov, ministro degli esteri ha ribadito che quello che conta è il G20. La storia della volpe e dell’uva? Non sappiamo se l’uva del G7 sia di qualità, ma Putin, nei panni della volpe, ce lo vediamo bene.

Per noi italiani, a prescindere dai risultati dell’incontro, la guerra vera comincia con la prossima settimana. Negli ultimi mesi lo spread dei nostri bot è raddoppiato raggiungendo quota 270. Fonti della Bce ci hanno fatto sapere che se continua così ci saranno delle conseguenze. Traduzione, se la Bce vendesse i 300 miliardi di svalutati titoli di stato italiani in suo possesso, saremmo sull’orlo del default. Rischio immediato, visto che giovedì la Bce stabilirà anche il calendario della riduzione del quantitative easing, che significa, non comperare più i nostri titoli dalle banche, oltre a vendere quelli che possiede. Draghi, unico freno alla locomotiva che ci sta per arrivare addosso toglierà il disturbo a settembre. Che ne sarà di noi? Le quattro chiacchiere di Conte con la Lagarde (Fmi) in Canada, saranno servite a qualcosa?

C’è chi spera nell’amico americano, come ai bei tempi del Piano Marshall, quando De Gasperi tornò da Washington sventolando l’assegno che ci avevano regalato, ma non era un regalo senza contropartite. Oggi quel regalo potrebbe essere costituito dall’acquisto dei nostri titoli di stato (forse in parte già avvenuto). Ma anche in questo caso le contropartite ci peseranno addosso per i prossimi 70 anni. Ammesso che il sistema Italia riesca a sostenersi così a lungo