AMMINISTRATIVE: IL PAESE SCIVOLA PAUROSAMENTE A DESTRA

DI CARLO PATRIGNANI

Se le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia avevano fatto risuonare cupi rintocchi – 17 punti in meno: dal 24,6% delle politiche del 4 marzo al 7,1% – le elezioni amministrative dicono chiaramente che la tenuta elettorale – il rapporto con gli elettori – è seriamente minata: il Movimento Cinque Stelle si ritrova infatti fuori dalle maggiori sfide e a Roma crolla letteralmente in due Municipi.

Corrispondentemente alla debacle dei pentastellati, cresce l’onda lunga della Lega e del centro-destra, che conquista Treviso e Vicenza e sfonda a Catania, mentre a sinistra il Pd, faticosamente, si tiene a galla: si conferma a Brescia, ma perde la rossa Terni, frana con il centro-sinistra a Catania dell’onnipresente Enzo Bianco, e nelle tradizionali fortezze Pisa, Massa, Siena è costretto al ballottagio con Lega e centro-destra mentre nella granitica roccaforte Imola con il M5S.

Quel che poteva essere una avvisaglia di indietreggiamento rispetto alle politiche, 6 punti in meno: dal 44,7% al 38,5%, in Molise, successivamente confermato in Friuli Venezia Giulia, si è consolidato e forse anche strutturato, chissà, nelle amministrative.

Qualcosa di profondamente serio è successo: non si tratta di un episodico cedimento o calo fisiologico dovuto alla specificità di un movimento con scarsa presenza territoriale: c’è molto altro, qualcosa che non può non essere legato all’abbraccio asfissiante con Matteo Salvini e la Lega.

La svolta in negativo per il M5S è stata la sera stessa del voto in Friuli, quando il senatore Matteo Renzi, deus ex machina del Pd, con cui il M5S aveva gettato le basi per l’avvio di un possibile dialogo, ha scandito il non possumus al sostegno parlamentare – governi chi ha vinto, gli elettori ci hanno messo all’opposizione – a un governo monocolore a cinque stelle e meno che mai a un governo di coalizione Pd-M5S.

Quella sera finiva il sogno di una notte di mezza primavera del Premier in pectore Luigi Di Maio: rovinato e consumato ne usciva, rispetto al day after del terremoto elettorale, lo scettro di Premier e non solo per responsabilità di uno dei protagonisti del patto del Nazareno ma per i suoi ritornelli stonati dal  primordiale non siamo nè di desta nè di sinistra ai successivi, dopo il mortal abbraccio con il furbo lucido Salvini, dateci tempo, stiamo scrivendo la Storia, lo Stato siamo noi.

I risulati delle amministrative dicono chiaro e tondo che quell’abbraccio suggellatto dal contratto di governo, non è piaciuto affatto agli elettori che si sono diretti verso Salvini l’uomo forte o si sono rifugiati nel non voto.

E’ tempo di qualche urgente e serio aggiustamento di linea politica per evitare l’orbanizzazione del Paese tramite il taxi del disumano disprezzo degli immigrati e dei diritti umani, e anche di altri uomini capaci di darle le gambe per camminare, come Roberto Fico e Alessandro Di Battista.

Il drammatico fenomeno dell’immigrazione non riguarda però solo il M5S: dalla risposta ad esso – che non è aiutiamoli a casa loro nè allarghiamo i confini per tenerli lontanti dallo sguardo – è legato il futuro della sinistra perchè democrazia e razzismo sono di per sè termini antitetici: la democrazia è fondata su valori universali, che appartengono agli esseri umani, uguaglianza, libertà, rispetto della persona, confronto di opinioni, che sono diritti della persona, il secondo è l’esatto opposto.