IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE STROZZA L’ARGENTINA. COME FECE CON LA GRECIA

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

E alla fine l’accordo si è fatto. Il Fondo monetario internazionale ha concesso all’Argentina un prestito da 50mila milioni di dollari. Il più alto mai approvato dall’organismo internazionale, per salvare da un nuovo default il paese più indebitato del mondo, da ora in poi ancora più indebitato. Un bouquet di record negativi, che il governo cerca di mascherare con dichiarazioni eufemistiche.
Il prestito, infatti, sarebbe stato chiesto “per rafforzare ulteriormente i progressi dell’economia argentina” come aveva dichiarato, deglutendo e balbettando, il capo di gabinetto Marco Peña, nei giorni della bufera sul peso, schizzato oltre quota 25 sul dollaro e mai più sceso malgrado la vendite di riserve da parte della banca centrale. “Un accordo che produrrà più opportunità di sviluppo”, l’ha definito il presidente Mauricio Macri. Eufemismi a cui si aggiungono ora le lodi di Christine Lagarde, direttrice del Fondo: “Mi congratulo con le autorità argentine per essere arrivati a questo accordo”, si legge nel comunicato della Casa Rosada, il palazzo del governo. “Come abbiamo già sottolineato, si tratta di un piano concepito e messo in atto dal governo argentino con l’obiettivo di rafforzare l’economia a vantaggio di tutti gli argentini”.
Ma nessuno, a questo mondo, dà niente per niente. Il prestito è infatti un accordo stand-by, come quello di cui ha usufruito anche la Grecia. Ed è proprio alle vicende del paese europeo che gli argentini guardano con preoccupazione. Il timore è finire strozzati allo stesso modo (va detto però che la Grecia doveva anche rispondere ai parametri dell’Unione europea), in un cul-de-sac economico, ma anche politico, nel quale qualsiasi governo – anche il più progressista – dovesse venire dopo, non sarà in grado di negoziare nulla con i partner internazionali.
L’erogazione dei 50mila milioni di dollari – in tre anni – è subordinata al compimento di alcune condizioni: il pareggio di bilancio e la riduzione del tasso di inflazione. Nel primo caso, l’obiettivo è scendere al 2,7 per cento del Pil entro quest’anno, all’1,3 per cento nel 2019, arrivare a un equilibro nel 2020 e addirittura a un avanzo primario nel 2021. Un giro di vite sugli obiettivi già forieri di lacrime e sangue fissati dal governo all’inizio del suo mandato, nel 2016, considerati dal Fondo fin troppo gradualisti e accompagnati da una serie di misure schizofreniche. Come l’eliminazione delle tasse sulle esportazioni agricole, che avrebbero dovuto essere compensate da una pioggia di investimenti stranieri, mai arrivati. L’apertura, da un giorno all’altro, del mercato dei capitali e la liberalizzazione dell’acquisto di dollari ha fatto il resto: perché in un sistema aperto, i capitali entrano, ma più spesso – come è successo in Argentina – escono.
Non meno ambiziose, per usare un ennesimo eufemismo, sono condizioni imposte sull’inflazione, che dovrà scendere al 17 per cento nel 2019, al 13 per cento nel 2020 e al 9 per cento nel 2021. Come riuscirci è la domanda che fa gelare il sangue agli argentini, dal momento che i tassi attuali viaggiano attorno al 25 per cento e per il 2018 il governo ha rinunciato a qualsiasi previsione.
Le aspettative di crescita del Pil per quest’anno sono piuttosto basse (tra 0,4 e 1,4 per cento). Il che, agli elevati livelli di inflazione, significa recessione. Peraltro già in atto: fabbriche che chiudono, negozi sfitti che non si riaffittano, fiducia dei consumatori ai minimi (meno 21,2 per cento su base annua secondo i dati dell’università Torcuato Di Tella).
Non tranquillizza nessuno il fatto che l’accordo preveda la possibilità di deroghe (pari allo 0,2 per cento, 1.200 milioni di dollari), in base alle condizioni economiche del momento. Significa che se gli indicatori socio-economici dovessero peggiorare, la spesa per welfare non subirà ulteriori tagli. Il governo assicura che non saranno toccati i sussidi alle famiglie povere, come se in affanno non fosse anche quella classe media che ha costituito il bacino elettorale di Cambiemos, la coalizione con cui Macri si è presentato alle elezioni. L’opposizione di sinistra (Partito Obrero), inoltre, protesta per l’incostituzionalità dell’accordo che, secondo la legge argentina, avrebbe dovuto essere approvato dal Congresso, mentre il parlamento è stato totalmente bypassato.
A 12 anni dalla chiusura del debito con il Fondo voluta da Nestor Kirchner per essere libero di adottare le politiche economiche che riteneva opportune per rilanciare l’economia del paese, l’Argentina è di nuovo prigioniera della finanza internazionale. Certo è che, dopo 12 anni di kirchnerismo, il neoliberista Mauricio Macri è un trofeo che i mercati non vogliono perdere. Per questo il Fondo è stato disposto a negoziare condizioni apparentemente meno rigide, pur di non rischiare la caduta del governo a causa della crisi, in un paese che ha ancora fresco il ricordo del default del 2001, avvenuto proprio quando il paese da oltre 10 anni seguiva le indicazioni del Fondo e accettava prestiti su prestiti per pagare i debiti già accumulati. Intanto, l’Argentina aspetta la data del 20 giugno – quando sarà erogata la prima tranche da 15mila milioni di dollari – come si aspetta l’apocalisse.

Nella foto, Christine Lagarde e Mauricio Macri