COS’E’ LA SCO, CHE DA SHANGHAI FA CONCORRENZA AL G7

DI ALBERTO TAROZZI

Ha suscitato un interesse limitato, nei giorni scorsi, la risposta inattesa di Putin a Trump che si faceva suo sponsor, con sullo sfondo la stessa Italia, per il ritorno nell’ambito del G7 dei russi.

La risposta di Putin suonava, più o meno, “ho di meglio da fare” e tutti hanno inteso che questo “meglio” fosse costituito dalla sua interlocuzione con Xi Jinping, il leader cinese. Vero in gran parte, ma non del tutto.
Nel calendario degli incontri tenuti da Putin in Cina spiccava infatti l’incontro svoltosi a Shanghai, comprensivo in realtà di un numero molto più ampio di interlocutori, tutti appartenenti attualmente, oggi o domani che sia, all’’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Shanghai Cooperation Organization, SCO), un organismo intergovernativo fondato il 14 giugno 2001 dai capi di Stato di sei Paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan; una premessa era stato il Gruppo dei 5, in cui mancava l’Uzbekistan, costituito nel 1996.

Di cosa si tratta? Di tutto un po’. Qualcosa dell’Ocse (largo spazio alla cooperazione economica, soprattutto in materia energetica ed idrica), un po’ G7 (non a caso nel messaggio di Putin sull’avere di meglio da fare si all’affermazione di costituire un organo di sicurezza contro i rischi di terrorismo, separatismo e fondamentalismo nell’Asia Centrale si possono cogliere istanze, tutt’altro che velate, di cooperazione militare (esercitazioni congiunte russo-cinesi).

Per certo una delle ragioni fondative del gruppo è stata quella di individuare un luogo in cui si potessero appianare i conflitti tra Russia e Cina, ma fin dagli inizi, e poi sempre di più col passare del tempo, è emersa chiara la volontà di un allargamento a macchia d’olio con altri Paesi confinanti, con la finalità di costruire un polo egemonico orientale in grado di soppiantare le reti organizzative messe in piede dall’occidente o comunque egemonizzate dai paesi occidentali.

Fondamentale a tale proposito, l’aggregazione dello scorso anno, che ha avuto come protagoniste due potenze nucleari della zona (India e Pakistan mai propense a confluire in un polo unitario tale da poter conciliare interessi economici, storie e religioni da sempre ostili).

In questi giorni i giochi si sono ulteriormente sviluppati. Nuovi Paesi si sono affacciati alle porte della Sco: Afghanistan, Iran, Bielorussia e Mongolia. Per ognuno di essi vale un differente discorso.
Relativamente più semplice quello della Mongolia il Paese richiedente di più antica data. Curiosamente complesso quello della Bielorussia, cui si è finora risposto di ni, stante la sua collocazione geografica in Europa. In realtà la caratterizzazione strettamente asiatica del gruppo serve anche per giustificare il No agli Stati Uniti, che di venire a ficcanasare in oriente ne avrebbero una certa voglia, tanto da suscitare i sospetti dei padri fondatori dell’organizzazione.

Di differente natura la difficoltà di accesso degli afgani, cui non giova certo la presenza di truppe occidentali sul proprio terreno, proprio con le stesse finalità antiterroristiche e antidroga che si prefiggerebbe l’Sco.
Il nodo più intricato resta però quello che costituisce anche il maggiore oggetto del desiderio. Quell’Iran che, al di là della propria ricchezza sul piano energetico, potrebbe trovare nell’organizzazione una copertura militare al momento di eventuali attacchi Usa.

Cosa ci potrebbe maggiormente interessare di tutto ciò, come Italia? Oltre alla scontata importanza degli scambi commerciali con la Russia e i suoi ex satelliti, oggi sotto attacco a causa delle fin troppo note sanzioni, c’è da ricordare che l’Italia, in prospettiva, nutre serie ambizioni nel merito del megaprogetto di infrastrutture cinesi Silk way (la via della seta), che dovrebbe arrivare dalla Cina fino alle porte di Belgrado.
Nei Paesi europei non Ue tale progetto dovrebbe includere anche la presenza delle industrie di un Paese Ue e nel caso specifico l’Italia, grazie a una triangolazione con la Serbia, si troverebbe già in pole position. Si tratta di un’operazione che ebbe origine nei tempi in cui Gentiloni si trovava alla Farnesina, come ministro degli esteri.
Sarebbe un peccato lasciarcelo togliere di mano ora, che il vento dell’est, più che mai, sembra spirare sull’occidente.

Un vento che conduce anche sul territorio africano. Lì la Cina è attiva soprattutto in Etiopia, ma segnala una presenza militare a Gibuti e gestisce con la Huawei, attività formative in centri sparsi in Angola, Congo, Egitto, Kenya, Marocco, Nigeria e Sudafrica. Principale competitor della Cina è in queste zone la Francia, già sulla difensiva, tanto da ipotizzare a sua volta una triangolazione Africa/Cina(Francia.

Visto che nelle triangolazioni con la Cina abbiamo già l’esperienza balcanica, perché non farci avanti anche noi?