E’ FINITO UN ALTRO ANNO SCOLASTICO. MESSO AL TAPPETO DA UN ‘UPPERCUT’ DI TROPPO

DI CHIARA FARIGU

L’anno scolastico è finito col botto, o per dirla alla Gramellini, con un ‘uppercut’ sferrato da una madre indignata sul setto nasale di una prof di inglese, rea di aver osato dare un 4 al suo pargolo che, a sua detta, meritava molto di più. Una delle tante, la prof di Padova, prossima alla pensione, finita all’ospedale a causa di genitori maneschi pronti a difendere l’indifendibile facendosi ‘giustizia’ da soli. Un gancio ben sestato seguito dalla minaccia: “troia, te la farò pagare, hai rovinato la mia famiglia”.
D’ora in poi, per insegnare nelle scuole italiane servirà una laurea in arti marziali, conclude il giornalista sul Corriere di oggi. E’ un caffè amaro, il suo, che mette il dito nella piaga sullo stato di degrado nel quale è precipitata l’istituzione scolastica. Emergenza prof, così viene definita la situazione vissuta all’interno dell’istituzione scolastica da molti docenti sui quali, in questi ultimi anni si stanno riversando tutti i fallimenti familiari e sociali, figli della conseguente deresponsabilizzazione dei genitori i quali, da tempo, hanno abdicato al loro ruolo primario, quello educativo, appunto. Farsi giustizia da sé, il nuovo mantra. Contro chiunque cerchi in qualche maniera di raddrizzare , con un rimbrotto, un’insufficienza, una nota quel figlio scavezzacollo sì ma pur sempre un ragazzo al quale perdonare tutto. Perché non è lui a sbagliare, ma gli altri che ce l’hanno con lui, in primis i prof che incalzano, assegnano, pretendono e poi valutano. Il più delle volte sbagliando. E per questo meritevoli di punizioni.
Finisce dunque un altro anno scolastico. Messo al tappetto da un ‘uppercut’ di troppo. Sperare che il prossimo possa cominciare in un clima più disteso all’insegna della ritrovata fiducia tra le due agenzie educative sembra al momento solo una chimera. “Le ferie per i docenti non sono vacanze, ma periodo di convalescenza”, è solito affermare il dott. Vittorio Lododo D’Oria. Per curare le ferite dell’anima prima ancora di quelle fisiche.

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