LE DOMANDE E LE RISPOSTE DI KIM JONG-UN IL LEADER VISIONARIO DELLA COREA DEL NORD

DI PAOLO DI MIZIO

Quali domande strategiche il giovanissimo Kim Jong-un si è posto nei pochi anni dal suo avvento al potere (Dicembre 2011) e quale risposte si è dato? Il cuore del futuro delle due Coree è tutto qui, e da tale problema deriverà l’esito dello storico incontro di Kim Jong-un con il presidente americano Donald Trump in corso a Singapore in queste ore.

Le domande che Kim Jong-un si è posto possiamo immaginarle con una certa chiarezza: come posso sopravvivere e come può sopravvivere il mio regime, stretto a tenaglia tra un’America aggressiva e militarista da una parte e una Cina che da sempre ci usa ma non ci ama dall’altra? Posso sopravvivere senza il mio deterrente nucleare, che al momento sembra l’unico elemento in grado di trattenere l’aggressività degli USA? O farò la fine di Saddam Hussein e Mohammar Gheddafi (le due pietre di paragone che pare ossessionino gli incubi di Kim Jong-un)?

E ammesso che le risposte siano positive, ovvero sì, posso sopravvivere e può sopravvivere il mio regime, come posso rimediare alla grande debolezza strutturale e strategica del mio paese, ovvero alla sua povertà di risorse finanziarie ed economiche? La pace, di per sé, è in grado di portare il benessere economico, se non al mio popolo, almeno al regime? In che modo? Dovrò forse aprirmi a una forma di capitalismo alla cinese, rivisto in chiave nord coreana?

E questo significherà per me una perdita di controllo sulla vita del paese? Significherà una diminuzione del mio potere personale, con i conseguenti rischi impliciti di essere detronizzato da un colpo di Stato, da una congiura, da una finta rivoluzione aizzata dai servizi segreti come quella che depose Ceausescu in Romania e ne decretò in pochi giorni la morte?

Ecco, queste le domande strategiche, visionarie per così dire, nella mente di Kim. Ma quali sono le risposte che il giovanissimo leader ereditario di questa arcaica e remota monarchia presidenziale asiatica si è dato?

Poniamo che Kim abbia messo sul piatto della bilancia un vero e completo disarmo nucleare della Corea del Nord, disarmo che implicherebbe la distruzione certamente graduale ma verificabile e verificata di tutti gli ordigni atomici in suo possesso, come l’America chiede. E poniamo che questo disarmo sia bilanciato da una parallela mossa degli Stati Uniti, che rimuoverebbero dalla Corea del Sud i loro armamenti nucleari. Può bastare questo a Kim per definirsi al sicuro?

L’America non ha bisogno di ordigni nucleari sul suolo della penisola coreana per colpire con le sue armi atomiche, perché possiede una enorme flotta di bombardieri strategici in perenne movimento attorno al pianeta, a qualsiasi ora del giorno e della notte, e i bombardieri sono armati di ogive atomiche. La marina militare americana può portare in qualsiasi momento navi e portaerei dotate di missili nucleari a distanza di tiro dalla Corea del Nord. L’America potrebbe radere al suolo il regno di Kim Jong-un in qualunque momento, una volta che la Corea del Nord non abbia più i mezzi di deterrenza da far valere come minaccia sulla Corea del Sud (ovvero la ARD, distruzione reciproca assicurata).

Ma poniamo che questa minaccia sia controbilanciata dalla parola di Trump che mai nulla del genere accadrà e poniamo che Kim Jong-un si fidi ciecamente della sua parola, delle sue strette di mano, delle sue pacche sulle spalle, della sua firma sui documenti. In tal caso, però, sorgerebbe spontanea la domanda: che cosa accadrebbe il giorno in cui Trump non fosse rieletto o quando, dopo il secondo mandato, non sarà più eleggibile alla presidenza americana? Chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca? Quali saranno le sue ambizioni sullo scacchiere asiatico? Quali garanzie supplementari di sopravvivenza può fornire alla Corea del Nord la repubblica coreana del Sud, oggi governata da un presidente pacifista, ma domani chissà da chi?

Può darsi perfino che Kim il visionario abbia concepito per il futuro una specie di riunificazione tra le due Coree. Nel comportamento di Kim antecedente al vertice ci sono labili tracce che portano verso questa pista: una mezza promessa di riunificazione futura. Ma la definiamo “una specie di riunificazione” perché indubbiamente bisognerebbe tracciare una nuova architettura costituzionale in base alla quale Kim e la sua discendenza abbiano l’assicurazione di mantenere il potere e la capacità di trasmetterlo per via ereditaria.

Kim ha forse pensato a una sorta di federazione Nord-Sud, con due diversi statuti, ossia con un Sud che proceda secondo i riti della democrazia liberale occidentale e un Nord invece dotato di un finto parlamento i cui membri siano completamente in mano al leader supremo, il quale avrebbe quindi poteri assoluti sull’assemblea? Sarebbe questa ipotesi accettabile per il Sud? E l’America che posizione prenderebbe?

Ci stiamo spingendo molto lontano con le domande e stiamo dando per scontata una grande capacità visionaria del giovanissimo leader nord coreano. Per cominciare a intravedere le prime risposte dobbiamo attendere il seguito di questo vertice storico in corso a Singapore, i documenti e gli atti che ne scaturiranno e i successivi sviluppi.

Per diverso tempo ancora, le risposte di Kim Jong-un il visionario saranno leggibili sono in filigrana, in controluce, e avranno un certo margine di flessibilità, oltre che una serie di soluzioni subordinate da adottare se qualche passo della sua strategia non dovesse condurre agli effetti desiderati.

Ma la flessibilità e la capacità di sviluppare azioni subordinate saranno ancora possibili, quando e se Kim Jong-un non disporrà più del suo arsenale atomico e della sua garanzia di deterrenza? Ecco che le domande, come nel gioco dell’oca, tonano alla casella numero uno.

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