SIAMO NOI, I PASSEGGERI DELL’AQUARIUS, QUELLI CHE AVETE VISTO MA NON SENTITO

DI ALBERTO BENZONI

Siamo i passeggeri dell’Aquarius. E ci consideriamo, da ogni punto di vista, dei privilegiati.
Quasi una settimana sotto gli occhi del mondo. Tutti a preoccuparsi per le nostre condizioni di salute ( grazie, ma non c’era di che; dopo quello che abbiamo subito prima, l’Aquarius è stato una specie di paradiso). E poi l’arrivo in Spagna, fiori e abbracci, roba da non credere; un’ accoglienza che, ne siamo sicuri, porterà tutti noi ad essere assistiti nei nostri futuri percorsi e, come dite voi, integrati.
E però, questo ve lo dobbiamo dire, ci avete visti. Ma non ci avete sentiti. E avete parlato di noi; ma tra di voi. E avete, conseguentemente, parlato non dei nostri problemi, ma dei vostri. Stato contro stato, fazione politica contro l’altra. Una discussione su cui non ci pronunciamo; salvo a riconoscere il fatto che voi italiani non potete continunare a sostenere da soli il peso di un sistema che sembra effettivamente costruito a vostro danno.
In questa discussione, però, noi non esistiamo. Peggio, veniamo usati e descritti secondo i vostri comodi; o a sostegno delle nostre tesi o per accomodare la vostra coscienza.
Da una parte “clandestini”, “terroristi e, per i gusti meno raffinati, potenziali stupratori; dall’altra vittime inconsapevoli dei biechi disegni di scafisti, trafficanti e negrieri d’ogni tipo.
E, invece, guardate un pò, siamo esseri umani. E, come tali, uomini liberi di vivere la propria vita; e quindi anche di andare per il vasto mondo per cercare una vita migliore. Un diritto che sta al cuore di quella “globalizzazione di cui parlate ad ogni piè sospinto: e che invece sembra funzionare per tutto e per tutti meno che per noi.
Ed è questo che ci dicono le vostre regole: se sei un profugo e se chiedi il diritto di asilo, proveniente da determinati paesi puoi entrare; se cerchi lavoro o comunque una vita migliore, porte sbarrate.
E allora succede che i migliori tra noi, o almeno quelli che se lo possono permettere, mettano insieme tutti i risparmi della famiglia e partano per un lungo viaggio in cui sanno in partenza che avranno bisogno dell’aiuto di delinquenti d’ogni risma e che sono destinati a subire le peggiori offese; e in cui sanno anche che, una volta sbarcati,
diventeranno automaticamente dei clandestini in base alle vostre leggi e che sarà in ogni modo loro impedito di raggiungere il luogo dove erano intenzionati ad arrivare.
E, allora, bando alle ipocrisie. Dal nostro punto di vista non c’è poi molta differenza tra chi vuole rimandarci indietro, o impedirci di arrivare e chi, per il nostro bene, vuole impedirci di partire. Perchè ambedue desiderano che noi si rimanga dove siamo; e cioè in una condizione per noi intollerabile.
E allora, cosa chiediamo ? In linea di principio, tutto. A partire dal riconoscimento della libertà, propria di ogni essere umano. In linea di fatto, nulla. A voi di stabilire, secondo le vostre leggi e nell’ambito di un confronto aperto, modalità, compatibilità, limiti per l’esercizio di questo nostro diritto, così da renderlo compatibile se non addirittura funzionale allo sviluppo delle vostre società.
Sappiamo bene che l’immigrazione incontrollata, con la crescita della dimensione clandestina, è un cancro che corrode le vostre società; nè ci sogneremmo mai di imputare a razzismi collettivi le vostre reazioni.
Ma dovreste sapere anche voi che la chiusura totale- a partire, se permettete, dai porti- non può essere la risposta. Una risposta, che a nostro modo di vedere, sta nella gestione condivisa del problema. Una gestione che non dovrebbe poi essere così difficile. Anche perchè quei numeri che tanto vi spaventano ( centomila persone l’anno o giù di lì) l’uno per mille della popolazione africana. Capire chi siamo non è difficile; basta guardare…