DISPERATA SPERANZA

DI PAOLO VARESE

C’era una volta una giornalista. Capace, tenace, caparbia. Una giornalista che aveva fiuto per le notizie, che non si accontentava delle mezze informazioni, delle verità evidenti, delle scuse di comodo. Una donna che, nonostante le minacce ed i personaggi scomodi che sapeva avrebbe incontrato, era decisa ad arrivare in fondo alla sua indagine. Si chiamava Ilaria, Ilaria Alpi, e stava indagando su un possibile caso di traffico di rifiuti tossici, scaricati illegalmente in quell’Africa devastata da guerre di religione e sotto il controllo di signorotti della guerra. Nei suoi appunti, nelle telefonate, parlava di presunti coinvolgimenti di uomini politici europei, personalità influenti del mondo occidentale che, grazie a connivenze con criminali e servizi segreti, smaltivano scorie tossiche nel continente nero, dove sembra nacque la prima donna, Lucy, ma dove per alcune persone vivono gli ultimi figli non graditi al mondo cosiddetto civile. Era nata nel 1961 Ilaria, e poi si era specializzata in giornalismo, seguendo inchieste da Il Cairo per conto del Paese Sera e dell’Unità, fino ad ottenere un contratto in Rai. Nel 1992 venne inviata dal TG3 a seguire le operazioni della missione Restore Hope in Somalia. Il dittatore Siad Barre, destituito nel 1991 in seguito ad una sanguinosa guerra civile, aveva lasciato un paese in mano ad aspiranti emuli, vuoti di potere che inevitabilmente erano opportunità per gli sciacalli politici e militari. La missione Restore Hope doveva essere un preambolo di speranza, ma nessuno aveva interesse a sollevare il tappeto sotto cui si celavano polveri mortali. Solo Ilaria, assieme a Miran Hrovatin, il suo operatore oltre che amico, provarono a bucare i muri di gomma, riuscendo ad ottenere, infine, una intervista con Abdullahi Moussa Bogor, l’autoproclamato sultano di Bosaso, il principale porto della Somalia. Città al centro di intrecci economici internazionali, con infrastrutture costruite maggiormente da imprese italiane e con il contributo economico italiano. Ed al loro ritorno a Mogadiscio Ilaria e Miran non trovarono ad attenderli il loro autista, ma solo il buio e la morte. Ma non l’oblio, perché quel delitto fece scalpore. Perché di quel delitto si continua a parlare, grazie anche alla madre di Ilaria, Luciana, che non aveva mai smesso di cercare la verità. Scriveva Luciana, scriveva a tutti, parlava con tutti, non si accontentava di presunti colpevoli, di ipotesi. Era sua figlia quella che era stata trovata morta dentro una automobile a Mogadiscio. Come mandante fu messo sotto processo solo Bogor, il sedicente sultano, ma la mancanza di riscontri oggettivi impedì una sentenza: grazie e scusi il disturbo. Dal 1994 Luciana cercò tutte le strade, ma i vicoli ciechi e le omissioni, le ingerenze ed i depistaggi hanno sempre impedito di fare luce nel buio. Ed ora Luciana, che visse una disperata speranza, non c’è più. Non è scomparsa, è morta, perché di morte parlava nel caso di Ilaria, non diceva che la figlia era scomparsa ma che era morta, ed ora anche lei non c’è più. Rimangono gli amici, i colleghi giornalisti, coloro che ancora credono che prima o poi si conosceranno i nomi dei mandanti. Forse sarò tardi, forse quei nomi saranno già incisi su lapidi in qualche cimitero, ma non importa, perché onorare la memoria è necessario, per ricordare. E Luciana ha sempre voluto che si ricordasse, che non finisse tutto in archivio, e per questo motivo scriveva anche libri, due per la precisione, in cui venivano riportate ipotesi e resoconti, stralci dei diari di Ilaria. Luciana ed Ilaria ora, per chi crede, sono unite, ma per chi resta permane la speranza di sapere, tenendo accesa la luce che illumina un buio ancora troppo fitto.