LA SOLITUDINE CHE TI MANGIA L’ANIMA

DI GIOVANNI BOGANI

È una domenica di giugno. A giugno può fare molto caldo, di quel caldo grigio pallido che ti fa pensare che tutto sia già finito. Che sia finita l’estate. Anche se deve ancora cominciare.

Sono seduto su una specie di scalinata, sotto piazzale Michelangelo. Da qui si vede tutta la città, spalmata attorno al fiume. I ponti. Le chiese, ancora immense, anche se la nostra paura di morire è cambiata tanto, da quando le hanno fatte, centinaia di anni fa. Però le chiese sono sempre immense. E sempre più vuote. Più lontano, le montagne, azzurro pastello mischiate al grigio.

Ci sono tanti stranieri, qui. Anche io sono straniero. Straniero a tutto.

Mi è sempre piaciuto vederli, gli stranieri. Sono qui soltanto per qualche giorno. Ma in realtà è come se ci abitassero per sempre: domani saranno altri, ma è come se fossero sempre gli stessi. Eterni, e giovani. A farmi sentire il profumo di altri mondi. A dirmi che il mondo è grande, e forse è bellissimo.
Sono seduto sulla pietra. Accanto a me due ragazze giapponesi. Vestite di bianco. Le labbra rosso acceso. Le gonne leggere. Le scarpe da ginnastica bianche. Posso scrivere queste righe, perché loro di sicuro non leggono l’italiano. E non si curano se un turista straniero batte su un piccolo computer.

Sono inquieto. Sono fragile. Sono stanco. Ma non lo posso dire. Non lo posso dire a chi passa qui vicino a me.

Mentre sono accucciato e scrivo, è una sfilata infinita di scarpe, che salgono e scendono come in un dipinto di Escher. Sandali, scarpe da jogging, mocassini, sneakers, scarpe che si avvicinano alle mie dita. Ma io devo continuare a pensare, continuare a navigare nonostante queste onde che si spaccano sul ponte della mia barca, sulla mia tastiera.

Senza il sorriso di una donna tra poco finisco in una stanza d’ospedale e mi spengo lì, in fretta, come ha fatto Andrea, che amava il cinema, amava la vita, giocava con i film, ma era solo, un bambino giocherellone rimasto solo a giocare con tutti i suoi giochi, e la sua casa era diventata un museo degli orrori, proprio come rischia di diventare la mia.

E’ la solitudine che ti mangia l’anima, che ti confonde il cervello, che fa impazzire le cellule del tuo corpo. Non solo quella, ovviamente. Ma la solitudine è un giro di valzer nello sbigottimento, è il diavolo che ti fa ballare in mezzo ai vecchi giornali, agli scontrini conservati non si sa perché, ai vecchi dvd, la solitudine è un monaco che ti tiene per mano e poi ti lascia solo nella stanza, la solitudine trasforma ogni tavolo, ogni letto, ogni televisore in una stanza d’ospedale.