TORINO, LICEALE MUSULMANO RISPETTA IL RAMADAM, I COMPAGNI SPOSTANO LA CENA DI CLASSE

DI ANNA LISA MINUTILLO

Si chiama Rada Herradi, ha17 anni e frequenta il liceo scientifico Albert Einstein a Barriera di Milano, situato in uno dei quartieri più multietnici di Torino. Rada nasce in Italia da genitori marocchini, è musulmano e il rispetto del Ramadan gli ha imposto di non cenare fino alle 22. L’orario è un po’ inusuale per gli adolescenti che si devono apprestare a partecipare ad una cena, un momento di condivisione per chiudere l’anno scolastico. Non occorre molto, due parole scambiate tra loro, parole che contengono la decisione di rimandare di qualche ora la tanto attesa cena.
Così intanto che qualcuno di loro ha dovuto chiedere il permesso ai genitori per rientrare a casa un po’ più tardi del solito quella sera, i genitori non hanno potuto fare a meno di concederlo.
Una lezione di condivisione reale, di solidarietà, di accettazione e comprensione per le altre culture.
In pochi minuti e con un piccolo gesto, questi adolescenti hanno potuto insegnare cosa vuol dire effettivamente far sentire le persone integrate ed accettate.
Di contro, sono gli stessi studenti a non comprendere il clamore che si è verificato intorno a questo gesto che è arrivato  in modo del tutto spontaneo e che voleva essere il modo per rispettare le esigenze che possono essere differenti ma che possono però coesistere tranquillamente.
Felice in modo particolare Raid che non aveva chiesto nulla ai compagni di classe e che mai avrebbe immaginato di ricevere questa attenzione da parte loro.
Sono giorni pesanti questi, giorni in cui non si fa altro che riempire social e non solo di parole di fuoco, parole tremende che mettono in risalto tutta la perdita di umanità e il regresso dei valori a cui in modo impotente assistiamo. Si, perché a nulla serve, vivere in città che si dicono multietniche, se poi poco conosciamo delle colorate etnie che “accogliamo”, se non teniamo viva la curiosità, se continuiamo a temere chissà che se solo a queste approcciamo.
E se invece partissimo proprio da qui? Dal fare “nostro” un insegnamento che arriva dai tanto contestati giovani che invece hanno capito come si fa a non far sentire “straniero” chi invece è nato qui, vive rispettando gli altri in modo pacifico mantenendo solo il legame con la sua religione.
Se iniziassimo a capire che le differenze sono meno grandi di quello che noi immaginiamo e possono ampliare il nostro angolo di osservazione? E se la smettessimo di inveire e di contestare persone di cui nulla conosciamo e di cui se qualcosa abbiamo appreso non lo abbiamo fatto sicuramente nel modo corretto?
Domande a cui se vogliamo possiamo rispondere con i fatti, proprio come hanno fatto questi ragazzi a cui nulla è stato domandato.
Un gesto che fa respirare un po’ di aria di positività, che mostra che se si vuole tutto diventa possibile e realizzabile ed a costo zero, che il continuo infierire non porta a nulla di buono ma solo a creare timori il più delle volte del tutto ingiustificati.
Una storia che non racconta soltanto ma insegna ciò che non andrebbe insegnato ma praticato.