LA FESTA APPENA COMINCIATA E’ GIA’ FINITA: M5S CORRE AL CUPIO DISSOLVI

DI CARLO PATRIGNANI

La festa appena cominciata, è pressochè già finita.

Tre mesi sono stati sufficienti per passare, nonostante la conquista dell’agognata stanza dei bottoni, dalle stelle alle stalle: dall’inaspettato 32% delle politiche del 4 marzo, al misero 11,7% delle regionali in Friuli Venezia Giulia, esattamente la metà delle politiche e poi allo strimizito 12%, mediamente, delle amministrative del 10 giugno, che è il ritorno ai livelli del 2013, fino a correre, a meno di sussulti, al cupio dissolvi.

E’ la parabola discendente del Movimento Cinque Stelle, autoproclamatosi nè di destra nè di sinistra, che avrebbe dovuto cambiare il sistema corrotto e opaco della politica restituendole onestà e trasparenza, ridare dignità ai molti  e ridurre il potere dei pochi, e del suo capo, il Premier in pectore non riuscito, Luigi Di Maio, letteralmente ostaggio del suo partner super decisionista e arrogante, il leghista Matteo Salvini.

I margini di manovra per il capo del M5S ogni giorno si riducono sempre di più: non può esser lui a innescare la crisi del governo gialloverde semmai volesse uscire dall’angolo in cui è stato messo e in buona parte è finito per la sua smania di potere, ma dovrà obtorto collo subirla se a provocarla, al momento opportuno, sarà l’ingombrante partner forte dei consensi ricevuti, pure dagli elettori pentastellati, alle regionali e amministrative.

Ma il colpo di grazia che rende irreversibile questa parabola discendente, è il coinvolgimento di pezzi autorevoli del M5S nel sistema di mazzette e benefit vari, per i magistrati asset d’impresa, del principale operatore corruttivo, l’imprenditore Luca Parnasi incaricato di costruire lo stadio della Roma a Tor di Valle: se la parola spetta alla giustizia, politicamente è una macchia indelebile che sporca le mani pulite del Movimento e lo accosta al mondo di mezzo di Roma Mafia Capitale.

Una parabola dunque discendente, e anche irreversibile, che, per molti aspetti, salvo il lasso temporale, ha delle assonanze con quella del Pd del rottamatore della vecchia classe dirigente, Matteo Renzi, capace, in soli quattro anni, di passare dal trionfante, ma evidentemente dopato, 41% delle europee 2014 al risicatissimo  19,12% del 4 marzo: una emorragia di voti enorme ma ritenuta, dai dirigenti del suo partito, non sufficiente per togliergli lo scettro del comando.

Entrambi si sono presentati all’opinione pubblica come i novelli Masianello, nè di destra nè di sinistra Di Maio, teorico dell’asse conservazione-innovazione e stagnazione-movimento Renzi, pronti a rivoluzionare lo Stato, a svecchiare l’inefficiente e costosa burocrazia, a tagliare privilegi e prebende, a contrastare vecchie e nuove la povertà, a innovare da cima a fondo un Paese bloccato dalla bassa crescita e giustizia sociale.

Entrambi arrivati al potere hanno dismesso la vena, per così dire, progressista, per far proprie, accettandole in toto, le regole non scritte del potere dettate dall’establishment del neoliberismo dominante molto più di destra che di sinistra: Renzi chiusa la gloriosa fase di Premier del governo e di Leader del Pd, ora viaggia il mondo per tenere conferenze, chissà se ce ne saranno pure per Di Maio.

Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera ricominciando daccapo, diceva l’eretico Antonio Gramsci mai rassegnato e piegato allo status quo: e ricominciare daccapo – in condizioni assai diverse da quelle in cui viveva Gramsci – spetta alla sinistra che, seppur stordita dalla sconfitta del 4 marzo, ancora c’è, ma con messaggi di speranza non di paura: Hannibal ad portas, come dimostrano Sanchez, Costa, Corbyn, Sanders.