LAZZARO FELICE. LA PARABOLA SULLA BONTÀ D’ANIMO RICHIEDE UNA DOPPIA LETTURA

DI COSTANZA OGNIBENI


Si staglia lungo i marciapiedi delle città, la colorata locandina che porta con sé il titolo dell’ultima, fortunata fatica della Rohrwacher. Vincitrice del premio per la migliore sceneggiatura, la giovane regista ha spiazzato e ammaliato la giuria di Cannes con una pellicola dalla trama, a onor del vero, piuttosto incerta e spezzettata, che tuttavia nulla toglie alle capacità estetiche, allo stile, divenuto ormai un marchio di fabbrica, e soprattutto al coraggio di mettersi in gioco per narrare qualcosa di insolito e secondo modalità inconsuete.
La vicenda ha inizio negli anni novanta, per poi approdare ai giorni nostri. Siamo in una piccola riserva di mezzadri, l’Inviolata, dove una comunità di contadini ridotti a uno stato di semi-schiavitù vive sotto lo scacco della marchesa Alfonsina de Luna (Nicoletta Braschi) ed è all’interno di questo piccolo cosmo che spicca la figura di Lazzaro (Adriano Tardiolo), giovane factotum strattonato da una parte all’altra da colleghi e padroni, che, a gran voce, lo chiamano ora qui, ora lì per chiedergli favori e servigi, approfittando della sua imperturbabilità, qui spacciata per bontà. Ed è tutto un “Lazzaro!”, questa prima parte del film, seguito da questa insolita figura che ascolta ed esegue tutto quanto gli vien chiesto senza opporre resistenza, senza mai contraddire né chiedere spiegazioni, ma riservando, anzi, un benevolo sorriso a chiunque tratti con lui, che lo faccia nel bene, come anche nel male.
E non è un caso che si parli di “Lazzaro Felice”, poiché in effetti, nonostante gli eventi intorno a lui prendano pieghe sempre meno gradevoli, quel sorrisetto accennato non glielo leva nessuno. E tra un “Lazzaro!” e un bonario sorriso, si verifica qualcosa di drammatico che rappresenterà il punto di svolta della trama.
Si parla di un personaggio buono, che, nonostante il cinismo di una società sempre più bieca, materialista e indifferente, rimane eternamente allegro, affabile, incapace di ribellarsi e tantomeno di far male. Ed è il cinismo dello spettatore medio ad aumentare, mentre guarda Lazzaro Felice, poiché in effetti quel sorriso, man mano che la storia si dipana, diviene sempre più ebete, trasformandolo da un candido a un vero e proprio outsider. E senza soffermarsi troppo sulla trama, che poco conta in pellicole del genere, c’è da chiedersi quale sia la rappresentazione dietro questa immagine, quale il pensiero nascosto. Forse che la strada della bontà è lastricata di indifferenza? Forse che l’unico rifiuto possibile dello status quo è quello violento, e allora tanto vale non ribellarsi per evitare di sporcarsi con il sangue altrui? Le domande sono tante, ma inquieta il fatto che per delineare un personaggio positivo si sia individuata una figura del genere. Forse la regista non lo sa, e nemmeno coloro che hanno applaudito a Cannes, ma sono proprio i personaggi come Lazzaro a creare scompenso nei rapporti interumani, poiché, da che mondo è mondo, laddove viene agita una violenza, è necessario che ci sia qualcuno che la fermi. Solo così c’è una possibilità di trasformazione del violento, del sadico, del malvagio, in qualcosa di meglio. Lazzaro non vede possibilità negli esseri umani, e sorride di fronte alle loro violenze, ai loro sfruttamenti, alle loro nefandezze. Perché, tanto, sembra voler dire, non c’è nulla da fare, e allora tanto vale la rassegnazione, qui mascherata da accettazione.
Non cadono sotto i migliori auspici, dunque, messaggio e costruzione dei personaggi, ma per la serie “diamo a Cesare quel che è di Cesare”, con fotografia, riferimenti autoriali –da Olmi ai fratelli Taviani, gli addetti ai lavori riconosceranno in questa giovane regista un’ottima formazione- e una grande padronanza della macchina da presa, si può dire che da un punto di vista prettamente estetico, “Lazzaro Felice” sia un film ben riuscito.
Stupisce, pertanto, che sia stata proprio la sceneggiatura ad aver suscitato i plausi della severa giuria d’Oltralpe.
Ma c’è da riconoscere che Lazzaro non è niente di più né di meno di tanti personaggi oggi riconosciuti come estremamente pii, pertanto, chi non coglie le sfumature di una passività mascherata da bontà, molto probabilmente si ritroverà ad applaudire di fronte alle avventure di un ventiduenne decisamente fuori dall’ordinario.