ARGENTINA: LA CAMERA APPROVA LA LEGGE SULL’ABORTO MENTRE IL PESO CALA A PICCO

DI FRANCESCA CAPELLI


DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Sono le 10 del mattino di giovedì 14 giugno. Nelle scuole, nelle università, negli uffici di tutta l’Argentina si alza un applauso. In metropolitana, qualcuno spia lo schermo del cellulare e scambia occhiate complici con i vicini. La notizia è ufficiale: la Camera dei Deputati ha approvato la legge che depenalizza l’aborto.
La vittoria – seppure di stretta misura, 129 sì contro 125 no – era nell’aria già dalla notte, quando alcuni deputati avevano annunciato un cambio di intenzioni di voto all’ultimo momento, durante la lunga discussione iniziata il pomeriggio precedente e proseguita fino all’alba. Davanti al Parlamento erano state organizzate due diverse manifestazioni, a favore e contro la depenalizzazione. Una moltitudine di migliaia di donne e uomini (nella foto) che chiedevano il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, contro poche decine di attivisti ultracattolici. Nelle ultime settimane, a Buenos Aires, non c’era donna o ragazza che non portasse al collo, al polso o infilato nella borsa, il fazzoletto verde simbolo della campagna a favore della libera scelta.
Ora la palla passa al Senato, ma il voto della Camera pesa già come un macigno: in America Latina, solo in Uruguay, Cuba e Guyana francese e a Città del Messico è possibile abortire legalmente. In Argentina, finora, era concesso solo in caso di pericolo per la vita della madre o di gravidanza derivata da uno stupro. E, anche così, ottenere la sentenza favorevole di un giudice in tempi compatibili con l’intervento non era scontato, a causa dei ricorsi delle varie associazioni pro-vita, anche quando in gioco c’era la vita di bambine di 11-12 anni. Se la donna si sottoponeva ad aborto clandestino, rischiava da uno a quattro anni di carcere.
Il disegno di legge a cui la Camera ha dato il via libera prevede la possibilità di interrompere la gravidanza, senza restrizioni, fino alla 14esima settimana; anche più tardi, in caso di stupro o pericolo per la salute della donna. Il tutto gratuitamente, in strutture pubbliche, che devono assicurare – prima, durante e dopo l’intervento – la migliore assistenza e le migliori pratiche disponibili in quel momento, compresa la scelta – sulla base di considerazioni cliniche e psicologiche – tra metodo chirurgico e chimico.
Non che finora in Argentina non fosse possibile abortire senza intralci. Bastava pagare. Aborto sicuro e assistito in cliniche private compiacenti, per le donne con possibilità economiche. Ferri da calza e rischi di infezioni ed emorragie, per le altre. Vecchia storia. Ogni anno, circa 50mila donne vengono ricoverate d’urgenza per le conseguenze di interventi eseguiti in condizioni precarie.
È su questi dati che è stata costruita la campagna pro-choice: non più uno scontro tra valori non negoziabili, il diritto all’autodeterminazione della donna contro il diritto dell’embrione a nascere (la stessa Costituzione argentina afferma la difesa della vita fin dal concepimento). Ma una questione di salute pubblica. Non si tratta insomma di essere contro o a favore dell’aborto, ma contro o a favore della sua depenalizzazione.
Uno spostamento dell’asse della discussione che si è rivelato vincente e ha permesso l’approvazione della legge grazie a una maggioranza trasversale. Tanto che il deputato di Cambiemos (la coalizione di governo) Fernando Iglesias, schierato a favore, è stato lungamente applaudito dai rivali politici kirchneristi.
Resta da chiedersi come mai non sia stato possibile arrivare a questo risultato prima, durante i due mandati di Cristina Kirchner, che hanno visto l’approvazione di leggi avanzatissime sul matrimonio paritario, il cambio di sesso (semplice procedura amministrativa autocertificata), la fecondazione assistita. Forse la risposta sta nel fatto che, ora che sono all’opposizione, le forze peroniste non temono lo scontento della Chiesa come quando erano al governo.
Dopo il voto del Senato, si affronterà l’incognita del possibile veto da parte di Mauricio Macri, prerogativa del presidente, ma la sensazione è che il governo sia impegnato su troppi fronti per permettersi di tirare ulteriormente la corda del malcontento popolare. Anzi, l’approvazione della legge ha fatto passare in secondo piano un’ulteriore, tragica caduta del valore del peso, che ieri ha chiuso a 28,44 contro il dollaro.
A niente sono servite le massicce vendite dei giorni scorsi delle riserve in dollari dello stato, come pure l’annuncio dell’accordo con il Fondo monetario internazionale. Tanto da arrivare alle dimissioni del presidente del Banco Central Federico Sturzenegger, espressione del livello di improvvisazione del governo che, nel 2016, ha eliminato da un giorno all’altro le imposte sulle esportazioni agricole. E non si è preoccupato di trovare una copertura alternativa ai mancati introiti, fidandosi delle vaghe promesse degli investitori stranieri in campagna elettorale.
Ora lo scenario si fa ancora più cupo. Il deprezzamento del peso ha un impatto sui prezzi dei generi alimentari, quindi fa aumentare il numero dei poveri. Ma fa aumentare anche il prezzo dei carburanti, peggiorando quella spirale inflazionistica dalla quale il paese non riesce a uscire. Un peso debole potrebbe stimolare le esportazioni, se la capacità produttiva dell’Argentina – costituita per lo più di piccole e medie imprese – non si fosse contratta proprio a causa dei costi di produzione troppo alti da sostenere e della caduta dei consumi.
Il prestito del Fondo monetario, a questo punto, non sarà nemmeno un palliativo. Non si capisce come sarà possibile, con un’inflazione che arriverà al 30 per cento annuo a fine 2018, far scendere il caroprezzi al 17 per cento nel 2019, condizione per l’erogazione della seconda tranche del prestito. Altrettanto surreale è l’obiettivo di pareggio di bilancio entro il 2020, da ottenere con una riduzione della spesa pubblica. Quindi uno stop alle grandi opere che, tra mille critiche per l’impatto ambientale, hanno caratterizzato i primi due anni della presidenza di Macri e che se non altro hanno contribuito a sostenere keynesianamente l’occupazione durante la crisi.
Eppure, per oggi – soltanto per oggi – la grieta (breccia) che divide in due il paese sembra ridursi. Oggi, soltanto per oggi, le donne di tutti i partiti festeggiano una vittoria che è loro, soltanto loro.