PURA RAZZA BASTARDA: INTERVISTA ALLO SCRITTORE PAOLO GRUGNI SU UN PAESE NOIR

DI LUCA MARTINI

Pura razza bastarda, un titolo, un programma. Si tratta di un libro in progress, un vero diario, tenuto da un fittizio commissario, che ci conduce nel nero tunnel di 30 anni di misteri e nequizie italiani. Ne è uscita ora la prima congrua porzione, i primi tre anni, 1965-1966-1967 (per un totale di seicento pagine di racconto, da Laurana editore), e il nuovo che avanza nella Milano di Mazzola e Rivera (la scena si apre allo stadio) è presto chiaro: la mafia del Sud approdata a Nord. Ma anche la cosiddetta strategia della tensione avrà la sua parte nel fluviale racconto. Con Paolo Grugni, noirista di lungo corso, classe 1962, che non ha affatto chiuso i suoi personaggi nell’ormai consueto giallo di campanile, proprio di Italia abbiamo parlato.

Quali sono i fatti del triennio che ritieni più rilevanti.

Per l’anno ’65 direi il Convegno sulla guerra rivoluzionaria tenutosi a Roma al quale ha partecipato tutta l’estrema destra italiana e che ha dato il via alla strategia della tensione, definizione però coniata dopo la strage di Piazza Fontana. Dato che il romanzo ricostruisce anche tutte le vicende calcistiche di quel periodo, direi poi i mondiali di calcio del ’66, quando l’Italia fu eliminata dalla Corea, e si parlò apertamente di doping al contrario per i nostri giocatori. Per il ’67, il fatto che si sapesse già dell’esistenza di Gladio pur non essendo ancora emerso il nome della nostra Stay-behind.

Chi era Paolo Grugni in quegli anni. Da che famiglia nasci.

Nasco nel 1962, quindi prima del ’77 non ho avuto quasi coscienza di nulla di quello che stava accadendo in Italia. Nasco da famiglia borghese e benestante, ma da genitori che hanno conosciuto la povertà durante la guerra.

Quando è il momento in cui capisci di dire “io” e quando scrivere diventa il tuo mestiere? Mi importa per conoscere dove nasce e come il tuo antagonismo.

Ho sempre desiderato scrivere romanzi, ma non ne avevo mai il coraggio. Non mi sentivo mai pronto per scrivere davvero un libro. Poi nel 2002 ho iniziato con Let it be (pubblicato nel 2004) e da allora non mi sono più fermato. Il mio antagonismo nasce dal fatto che vedo la letteratura come momento di impegno sociale, di analisi storica, di diffusione verso i giovani di cose che poco conoscono. Una fatica immane, ma soddisfacente.

Perché hai scelto un commissario comunista come protagonista? Potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è poi così tanto conoscendo la storia del PCI.

Molti partigiani bianchi dopo la Liberazione sono entrati a far parte delle istituzioni, anche come militari di alto grado. Spesso nei Servizi. In questo caso, ho immaginato che a essere coinvolto nelle trame oscure e di potere fosse un partigiano rosso. Che rimane però puro e retto.

Gli anni Sessanta sono anni di partecipazione, di apertura, di popolo. Oggi invece siamo arrivati al trionfo del populismo che, per certi aspetti, è un modo neanche troppo raffinato per manipolare il popolo. Quando è avvenuto lo switch, per usare un termine sado maso?

Credo nel ’77, dopo che Cossiga, con la complicità del PCI bolognese, mandò i carri armati a Bologna. Credo sia stato il momento dello spartiacque in cui il PCI, schierandosi per la repressione del Movimento degli indiani metropolitani, perse la sua immagine di forza rivoluzionaria e rinnovatrice.

I libri dimenticati che ti hanno fatto più compagnia nel ricostruire il tuo triennio. Un testo che faresti leggere obbligatoriamente alla scuola media inferiore?

Il testo dimenticato, che è poi quello che farei leggere nelle scuole, è di Giuseppe Fava: Mafia. Da Giuliano a Dalla Chiesa. Ricordo che Fava era un giornalista ucciso da Cosa Nostra nel gennaio dell’84. I ragazzi devono sapere chi era.

I tuoi romanzi noir hanno sempre un’anima civile. Il 1977 a Bologna. La Germania contemporanea e l’eredità nazista. La Sharia in provincia di Brescia. Credi così tanto al potere della scrittura?

In realtà no. Per due motivi. Il primo è che romanzi come i miei non sono graditi alle case editrici né alla critica. Il secondo è che faccio quello che posso per dare il mio contributo al mondo, sapendo bene che solo pochi prenderanno coscienza di quanto scritto. Ma forse va bene così.

Perché vivi a Berlino (Est)?

Non ne potevo più di Milano e dell’Italia. Volevo cambiare, recidere delle radici troppo soffocanti e vincolanti. Ho scelto Berlino per la sua aria di tolleranza, di cultura, di libertà, di possibilità. Ho scelto l’Est perché sto scrivendo un romanzo sulla DDR che uscirà in occasione del 30° anno della caduta del Muro. Mi serviva immergermi nell’atmosfera. Che tuttora non è quella dell’Ovest.

L’Italia che vedi oggi da Berlino.

La solita che non reggevo più. Facilona, grossolana, populista, reazionaria. Con tutte le dovute eccezioni, naturalmente.

Gli scrittori che senti vicini.

Boell, Grass, Bachmann, Handke, Johnson, Remarque. Questi quelli di lingua tedesca. E poi De Lillo, Sacks, Bukowski, Peace, Doctorow…

Hai visto qualcosa che somiglia al tuo romanzo guardando i serial TV? Lo dico pensando ai serial Sky che hanno un occhio all’attualità.

Il film recente che mi viene in mente è Le vite degli altri, ricostruzione e analisi storica di alto livello.

Scegli come hai fatto per i Sessanta un fatto del 2018 che ritieni particolarmente rilevante.

È una dichiarazione molto recente di Matteo Salvini. Quella in cui sostiene che è più importante avere rapporti con l’Egitto che sapere la verità sulla morte di Regeni. Quindi, non solo il plateale disconoscimento della sua dottrina, ovvero prima gli italiani (che qui diventano gli ultimi), ma la mancanza totale di protezione di nostri concittadini all’estero che potranno essere torturati e ammazzati senza che lo Stato italiano intervenga in loro difesa. Uno dei punti più bassi della nostra storia recente.