GRECIA, MISSIONE COMPIUTA, LA TROIKA SE NE VA. RESTANO LE MACERIE

DI ALBERTO TAROZZI

La Troika se ne va dalla Grecia a partire da agosto, dopo 8 anni: il comunicato ufficiale parla di un’ultima tornata di prestiti da 15 miliardi e di un alleggerimento del debito che consiste nel rinvio di dieci anni del rimborso di quanto ricevuto.

Grecia dunque libera di volare sui mercati per farsi prestare denaro, con sulle spalle un rapporto deficit/pil che è quasi una volta e mezzo quello italiano. Chi si fiderà a finanziarla? Fmi, Commissione europea e Bce attestano che gli ellenici hanno fatto ben 88 riforme. Spicca quella delle pensioni con tredici tagli in dieci anni e una tassa sugli immobili, tanto per poter dire che anche i ricchi piangono mentre i poveri muoiono. Agli inizi i comunicati parlavano anche di Grecia in festa. Di momento storico, in realtà ne parla soprattutto Moscovici, della Commissione di Bruxelles, che pure passa per una colomba.

Difficile raccapezzarsi in una marea di dati, a volte apparentemente contraddittori. Esemplare la sintesi di Marco Gervasoni su il Messaggero, un giornale che non appartiene certo alla schiera dei sovversivi:  “La lezione della Grecia ha rafforzato gli euroscettici”. Come dire che, a bilancio, le ombre sovrastano le luci.

Procediamo con ordine e partiamo dalle non molte luci. Da inizio anno oltre 100mila occupati in più. Oltre la metà vengono definiti come stabili. Poi però vai a vedere che si segnala il mese di aprile, inizio della stagione turistica (80% dei posti di lavoro si colloca in tale settore)  e vero locomotore di quell’1,4% in più di pil, che viene sbandierato come il massimo dei successi  (sai quanto ci vuole a raggiungerlo, quando il punto di partenza è zero virgola).  Se si va nei dettagli si vede che, rispetto all’aprile 2017,  l’aumento è di 8mila posti. Maggiormente significativo potrebbe essere l’attributo della stabilità dei posti di lavoro, ma ci farebbe piacere conoscere l’opinione di un esperto del mercato del lavoro greco per capire se si tratti di una stabilità consolidata, modello welfare, o di una a scadenza, modello job act.

Esaurite le luci, di cui pochi greci hanno veramente goduto, veniamo alle ombre, che hanno avvolto la stragrande maggioranza delle persone.

Delle pensioni abbiamo detto che hanno registrato tagli su tagli:  con analogie a noi familiari, come l’aumento dell’età pensionabile, che ovviamente non ha migliorato di nulla la tragedia della disoccupazione giovanile, di poco al di sotto del 50% nella fascia 15/24 anni . Ma c’è dell’altro, che almeno finora non ci è toccato, ma che ci appare terrificante, nella descrizione che ne fanno Gagliardi e Marini sul Sole 24: tetto massimo di 2300€, con buona pace di chi ha versato maggiori contributi per far piangere anche lì qualche benestante vero o presunto e in  “compenso”  taglio delle pensione minime, meglio note in Grecia come Ekas.

Vale a dire l’equivalente della nostra integrazione al minimo, mediante il retributivo, delle pensioni di chi ha lavorato solo un po’ più di 20 anni e che se ricevesse la pensione in base al contributivo creperebbe di fame. Un capitolo particolarmente grave in proiezione futura, anche da noi, quando i pensionati con soli 20 anni e rotti di contributi pagati diventeranno probabilmente una larga maggioranza e già oggi l’integrazione al minimo rappresenta una  fonte di quasi-sopravvivenza per centinaia di migliaia di persone,  gli ultimi e i penultimi della fila. In Grecia oggi e domani altrove, tanti soldi da pagare in meno.

E i morti di fame? Tutto sommato un altro successo: ancora tante pensioni da pagare in meno.

Ottimismo molto contenuto anche su Repubblica (Marco Livini), quando dalla lettura dei trionfalistici comunicati ufficiali si tratta di passare ai freddi dati. Riforme, tradotto in eurese, significa aumento delle tasse, riduzione degli stipendi dei dipendenti pubblici, aumento dell’Iva.

Il minore entusiasmo è quello che emerge dalle pagine del Manifesto e in quelle del Fatto. In queste ultime non mancano i riferimenti ad altre ombre. Piccole e grandi: aumento del costo delle mele, guerriglia urbana dei disperati,  un campo profughi alle Termopili, nascosto alle telecamere per ragioni di decenza, che ha forse contribuito a diminuire il prezzo delle sanzioni da subire. E ancora ricchezze nazionali svendute,  mentre i medici abbandonano il paese per i bassi salari.

Peraltro, nel corso del tempo, anche tra le autorità internazionale era serpeggiato qualche vago dubbio. Niente di meno che la Lagarde (Fondo monetario internazionale) forse perché meno contaminata dei colleghi teutonici dalle fobie dell’austerity contro la spesa pubblica, aveva avanzato il dubbio che la gelata della spesa, colpendo gli investimenti e dunque il pil contribuisse ad aggravare la pesantezza del rapporto debito/pil. Ragionamento ovvio, ma lunare anche in Italia, oltre che in Grmania. Qui i Soloni dell’autolesionismo continuano nella loro patetica confusione tra debito e rapporto debito/pil e sulla priorità del secondo problema, insolubile o aggravabile se affrontato solo a colpi di austerity.

Comunque sia, oggi, la troika, pur non levando sostanzialmente le tende, dichiara di aver compiuto, in Grecia, la propria missione. I prestiti della finanza pubblica internazionale hanno cioè raggiunto gli obiettivi prefissati dai creditori. Abbiamo tutti, Italia compresa, “aiutato” la Grecia a sanare i debiti che avevano contratto con banche tedesche e francesi, che adesso si ritengono soddisfatte.

Il futuro della popolazione  è un’ipotesi: costruire sulle macerie del recente passato. Lo è anche per Tsipras che i sondaggi danno superato dal centro destra. Ma siamo in estate e in Grecia il cielo è sempre più blu, mentre Tsipras indossa una cravatta rossa.