ELEZIONI IN TURCHIA, VINCE ERDOGAN: E’ LA VIA “DEMOCRATICA” ALLA DITTATURA

DI ALBERTO TAROZZI

Elezioni in Turchia. Arrivano dalle campagne i primi dati sugli scrutini. Erdogan in testa, al punto che risulta ormai impossibile che il voto urbano e metropolitano possa consentire il sorpasso alla sommatoria dei voti delle opposizioni che puntano al ballottaggio. Solo Smirne gli sfugge e a Istanbul sarebbe pari e patta con le opposizioni.

Il Paese è a una svolta: è chiaro che il premier, una volta rafforzato il suo potere non ci andrà per il sottile. Dopo la Riforma della Costituzione dello scorso anno i prossimi passi risultano chiari. Presidenza della Repubblica (o come si chiamerà) inclusiva del ruolo del premierato, con possibilità fuori dalla norma di nomina dei magistrati. Separazione dei poteri ridotta al minimo. Una piramide del comando con in cima un uomo solo, ovviamente lui.

Opposizioni che avevano come primo obiettivo il conseguimento del ballottaggio, col partito dei curdi che punta alla soglia del 10%, ma col sultano oltre il 50% sarebbe solo, quest’ultimo, un premio di consolazione, probabilmente raggiunto, stando al 95% dei voti scrutinati, col beneficio di un sospetto di manipolazione dei risultati. Un partito di opposizione sostiene infatti che il proclama di vittoria sia stato fatto quando lo spoglio non era nemmeno a metà.

Erdogan comunque si proclama già vincitore..

Il mondo vede le cose col dovuto distacco, ma con un’attenzione non inferiore a quella dei cittadini turchi. Che ne sarà della Nato, nelle mani di un paladino che civetta con Mosca? Che sarà dei campi lager per i migranti, che ci fanno tanto ribrezzo, ma anche tanto comodo? Busserà cassa ancora più di oggi, usando la pelle di tre milioni di disperati come arma impropria per le sue rapine nelle casse dell’occidente?

Il Medio Oriente freme. Per coloro che non mettono al centro dei loro interessi il diritto a guidare delle donne saudite con tanto di volto copertissimo, insorgono interrogativi a iosa. Alleato fedele di Mosca o inaffidabile doppio/multigiochista? Capace di effettiva riconciliazione con l’una volta odiato Iran? E Assad può veramente credere che possa durare a lungo la linea filo governativa del sultano, che sotto sotto non ha mai smesso di mantenere contatti con l’Isis? E ancora, come finirà il presumibile scontro coi sauditi, ammesso che l’odio mortale non si dissolva nel vino e nei tarallucci.

Poche certezze con Erdogan: per lui vanno costantemente bene coloro che ammazzano i curdi, non importa quale sia la bandiera che sventolano. E si sente prepotente nell’aria il suo bisogno di fare in fretta, testimoniato dai tempi stretti scelti per la tornata elettorale.

L’economia nazionale fornisce ancora qualche frutto capace di portargli consensi, ma le tendenze in atto promettono poco di buono, anche sul breve periodo, quando gli elettori, di oggi e di domani, saranno ancora vivi e gli chiederanno di mantenere le promesse.

Inflazione già alle stelle e debito pubblico a tutto gas. Effetto di investimenti pubblici, anche all’estero, che hanno prodotto ricchezza e benessere, ma che stanno aprendo scenari inquietanti per un futuro ormai prossimo vicino alla bancarotta.

L’ instabilità economica di un Paese dalla spesa facile, sommata ai dubbi sull’affidabilità politica di chi si trova al comando, paiono avere allontanato gli investitori e allarmato la finanza. Il Fondo monetario internazionale di Christine Lagarde ha iniziato a sentenziare giudizi su Ankara una volta riservati agli odiati ateniesi.

L’orgoglio nazionale, in un mix di islamismo pragmatico e di patriottismo trasversale a quelle che furono le battaglie di un fronte laico, ha dato risposte anche oggi più che positive alla chiamata del premiercentrale. Ma molti si domandano fino a quando potrà durare.

Con queste elezioni Erdogan completerà il quadro delle riforme che porterebbero “democraticamente” la nazione sulla via della dittatura. Lui al potere contro tutti, se si escludono compagnie poco raccomandabili, come quella dei Lupi grigi, che vantano nel curriculum l’attentato a Giovanni Paolo II, e che pure, con il loro partito nazionalista, Mhp, paiono decisivi per il superamento del 50%.

Si viene così a compiere un primo passo vittorioso verso uno scenario sostanzialmente nuovo, ma lungamente preparato, di ascesa verso un potere sempre più assoluto: la fine di un inizio.

Ma le contraddizioni che la sua disinvoltura funambolica in politica estera e la sua arroganza muscolare in politica interna hanno suscitato lasciano intravvedere che questo successo clamoroso possa anche rappresentare per lui l’inizio della fine.