CROLLANO LE ROCCHEFORTI ROSSE: IL PESSIMO BILANCIO DEL CATTO-COMUNISMO

DI CARLO PATRIGNANI

Crollano le mitiche roccheforti rosse, le Stalingrado italiane, vanto e gloria dell’ex Pci, poi Pds, quindi Ds, infine Pd. Alcune come Terni resistevano dal 1946. E così, una dietro l’altra, nel triangolo rosso Toscana, Emilia-Romagna e Umbria, passano di mano Terni, Pisa, Massa, Siena al centro-destra e Imola al M5S. Ribaltone, dopo 40 anni di amministrazioni di sinistra, a Ivrea dove vince il centro-destra.

E’ l’ultima forte scossa di assestamento del terremoto iniziato con le amministrative del 2013 quando si persero città rosse come Livorno e Carrara e proseguito nel post 2014, nonostante l’epocale, storico 41% raccolto dalla new entry Matteo Renzi alle elezioni europee. Quattro anni dopo, nel 2018, di quel 41% resta solo uno striminzito 19% raccolto alle politiche del 4 marzo: e in costante continua discesa.

L’Italia rossa non c’è più. Ma perchè c’è mai stata, l’Italia rossa? Non si può confondere l’Italia rossa con il Pd: quel rosso sangue del vecchio e nobile Pci pian piano, a stretto contatto – dal 2007 – con il biancofiore pallido della Margherita, è già sbiadito, scolorito e da un pezzo ha perso smalto, consistenza e vitalità.

Per la sinistra è notte fonda. No, non è notte fonda per la sinistra, è notte fonda per il catto-comunismo che da dieci e passa anni fa è il dogma su cui si fonda il Pd, l’amalgama mal riuscita dalla quale sembra quasi impossibile liberarsi, emanciparsi, per approdare magari a un modello di sinistra laburista, laica e riformatrice.

Al più i dirigenti del Pd arrivano a ipotizzare, come fa il reggente Maurizio Martina, leadership nuove, ma non il superamento del Pd: credo nella ricostruzione di un campo progressista, democratico di centrosinistra con un Partito democratico rinnovato al centro.

O rilanciano la prospettiva di un imprecisato fronte repubblicano, come fa l’ex-ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, per il quale occorre ripensare tutto linguaggio, idee, persone, organizzazione. Allargare e coinvolgere su un nuovo manifesto. Andare oltre il Pd. Subito!

E se quel che non va fosse proprio il Pd in quanto tale? O meglio ancora il pensiero che sta dietro il Pd, ossia il connubio molto strano e assai poco coerente e lineare tra la cultura comunista e la cultura cattolica, un connubio che, apprezzato e ben visto da certi poteri forti finanziario-economici e mediatici, non incrocia più il consenso e il gradimento della base tradizionale: il mondo del lavoro e il mondo giovanile.

Per essere credibile e praticabile un’ipotesi di rilancio della sinistra, che, va detto chiaramente, nel Paese c’è, esiste e magari vota a seconda delle circostanze o il M5S o la Lega, non può non partire da un atto di cesura, di discontinuità e di separazione dal passato: non può esserci rinnovamento ideale e progettuale nel solco del Pd, al più può essere un’opera di restyling tanto per far vedere che qualcosa si fa, ma non potrà essere un nuovo modello laburista di società for the many, not the few.