IL POPOLO DEI ROM E’ PARTE VIVA DELLA NOSTRA STORIA

DI GIANFRANCO ISETTA

Prendo spunto da un mio articolo del 3 dicembre 2014 per proporre una voce forse un pò fuori dal coro prevalente e comunque per esprimere qualche idea rispetto ad un silenzio imbarazzante di molti “pensatori” di sinistra o pseudo tali alla (NON) ricerca di identità politica.
Può darsi che mi attiri anche qualche insulto IN QUESTA EPOCA DI INTOLLERANZA DIFFUSA E CRESCENTE NEI CONFRONTI DI CHI HA OPINIONI DIVERSE.

Bene. Correrò il rischio.

Il testo iniziava così: “Per Salvatore Buzzi, presidente della Coop 29 giugno, tra gli arrestati nella retata di Roma e in affari con la banda del neofascista storico Massimo Carminati,”a 67 euro ce guadagnamo un sacco di soldi”, “…tutti i soldi li abbiamo fatti sugli zingari, sull’emergenza alloggiati e sugli immigrati…”. E ancora: “il campo nomadi di Castel Romano deve fruttare…”
Capito dove alloggiano i veri problemi per la nostra sicurezza e la legalità del Paese? Invece per settimane abbiamo assistito alle strumentalizzazioni sui gravi fatti di Tor Sapienza anche da parte di personaggi che oggi risultano coinvolti in questa indagine giudiziaria. “

Aggiungevo inoltre che “stiamo poi constatando una crescente, strumentale campagna xenofoba e razzista alimentata anche da parte del segretario della Lega Salvini (oggi Ministro dell’Interno ndr.) che fa leva su paure ancestrali, ma anche sui comportamenti e gli stati d’animo di molti, alimentati da una crisi che, come sappiamo, produce divisioni e guerre tra poveri, mentre i veri sciacalli si arricchiscono anche su questo e sull’insicurezza crescente, almeno come percezione o per esperienze negative, da parte di molti cittadini.”

Al netto di alcuni episodi che testimoniano difficoltà spesso oggettive di convivenza, ma che comunque riguardano anche nostri connazionali, spesso nelle periferie degradate delle grandi città , vedo nei confronti dei Rom, dei Sinti e degli immigrati,  risorgere pulsioni che furono alla base della tragedia dello sterminio di minoranze varie, teorizzate e attuate dal nazismo con la connivenza anche del fascismo nostrano. Naturalmente non intendo evocare paragoni rispetto a quel che poi accadde allora, ma certamente xenofobia e razzismo sono in continua crescita e trovano terreno fertile per atti e comportamenti preoccupanti oltre che produrre una frattura che si allarga sempre più nella nostra società mettendo a rischio le stesse condizioni minime di convivenza sociale.
Allora smettiamola di accontentarci periodicamente della retorica del ricordo e dello sdegno per quel che è accaduto in passato ma utilizziamone il senso per combattere queste insorgenze.
I germi di quel “cattivo pensiero” sono ancora ben presenti e tendono a diffondersi in questo periodo di grave crisi senza fine.
Sono figli a volte dell’ignoranza, di un ritrarsi in se stessi  per ragioni ataviche,  in altri casi della presunzione e persino della mancanza di curiosità, quindi della paura del diverso di ogni tipo anziché l’interesse per qualcosa altro da noi che potrebbe diventare occasione di arricchimento umano.
Invece cominciamo col dire che il popolo Rom e quello dei Sinti, in quanto e insieme ad altre minoranze sparse in varie parti del mondo, che sono in qualche misura gli ultimi esponenti della natura nomade dell’uomo, andrebbero considerati un patrimonio universale dell’umanità, altro che discriminazione!
Una sorta di “diversità non biologica, ma culturale e sociale” da preservare dal rischio di estinzione.
Una popolazione, insieme ad altre minacciate dalla “civiltà” dominante, che andrebbero sostenute per evitare che vengano fagocitate e distrutte come è avvenuto per gli indiani d’America o gli indios del centro sud America.

Ad esempio con la valorizzazione della loro propria specificità culturale, che si esprime attraverso una tradizione artistica ma anche artigianale, SENZA PRETENDERE di cambiarne la loro caratteristica fondamentale che, a mio parere, è molto a rischio anche tra alcuni di loro e cioè IL NOMADISMO.
Un qualcosa che rappresenta prima di tutto uno stato mentale, una idea di vita che può tradursi anche in forme concrete del convivere quotidiano.
Vorrei dire di più con le parole di un amico scrittore “… si può cambiare casa molte volte. Il nostro stile occidentale prevede l’abbandono, diversamente dallo stile del nomade che mai rinnega il posto dove è passato” e poi ancora “il luogo natale,insostituibile, è quello che più facilmente viene abbandonato ma non sostituito…
Questo è il vero significato di essere sperduti. Sperduto è colui che, nel posto fisso, sente il passo del nomade che si allontana, proprio passo mancato.”
Noi siamo cresciuti come specie all’interno di questa forma di organizzazione economica e sociale, figlia di questo rapporto con i luoghi e dei nostri movimenti, qualcosa che è persino alle origini delle religioni monoteiste .
Basti pensare alle tribù ebraiche dedite alla pastorizia che richiamano le figure bibliche, ma comuni anche al mondo musulmano, come Abramo.
Ma anche nella tradizione del misticismo orientale l’idea del viaggio, come ricerca è assolutamente centrale e non solo come condizione mentale.
Con la fine del nomadismo nacque l’idea della proprietà, della delimitazione e della separazione, quindi della divisione, dell’individuazione del diverso come pericolo e non come ricchezza. Per questo il rom, o il sinti, o anche il migrante povero viene vissuto come nemico del presunto progresso che in realtà, per la direzione che sta assumendo, rischia di distruggerci con le nostre false e sciocche illusioni di presunta superiorità.

In questo senso gli ultimi nomadi rappresentano l’estrema testimonianza di quel che siamo stati e conservano alcune caratteristiche che potrebbero esserci molto di aiuto.
Naturalmente la condizione di straniamento a cui vengono spinti non aiuta certo un loro processo, non dico di integrazione, che li distruggerebbe, ma di possibile convivenza. E le conseguenze negative sono sotto gli occhi di tutti nella loro drammatica quotidianità.
Ricordiamoci infine, quando qualcuno parla di “casa nostra” o di “aiutiamoli a casa loro” riferendosi a quei migranti d’oggi, in qualche modo nomadi per necessità perchè spinti da condizioni di vita inaccettabili nei loro paesi d’origine, che
la nostra è solo una occupazione temporanea di suolo e di spazio, che ci mette a disposizione qualcosa di non esclusivo, da poter condividere con altri senza drammi ma come occasione di conoscenza e convivenza come è sempre accaduto nella storia umana.

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