PASTORELLI NERI, DAL GOMMONE ALLE DOLOMITI, IN UN’ATMOSFERA DA PRESEPE

DI MARIO RIGLI

 

E dopo i laghi di Alleghe e del Fedaia stamani toccava al torrente. Non un torrente a caso, ma il Cordevole. Il Cordevole è il torrente immissario ed emissario del lago di Alleghe, come se facesse un giro turistico nelle sue acque, si guardasse un po’ in giro e dopo un’accurata esplorazione se ne uscisse per riprendere la sua corsa a valle. E’ un torrente di montagna e le sue acque sono gelide anche in piena estate, e proprio per questo zeppo di trote. Riccardo si è fermato nel suo tratto di immissario, appena dopo Caprile. Lì la pesca è veramente sportiva, le trote danno del filo da torcere. A casa nostra avremmo detto sono molto “selvatiche”. Accompagno il pescatore e poi me ne ritorno. Qualche ora più tardi, in questo caso verso l’ora di pranzo vado a riprenderlo. E lo spettacolo che mi si para davanti è veramente straordinario. E’ di quello che vi voglio parlare, non di trote o di pesca, almeno per oggi.
Nell’ansa di un tornante e la strada che porta al Marmolada è piena di tornanti, un gregge di pecore sta brucando.
Siamo poco sopra Caprile, vicino alla deviazione per Rocca Pietore. Vedo una recinzione provvisoria e le pecore che vi brucano dentro. Ma quello che mi sorprende di più sono i tre pastori. Sono scurissimi di pelle. Li immagino guineani o senegalesi o nigeriani o giù di lì. Per noi il “giù di li” può significate anche migliaia di chilometri. Non mi posso fermare, ho macchine dietro e davanti e osservare mentre devi tenere il volante ben saldo non è facile. Mi riprometto di fermarmi al ritorno.
Ma intanto riesco ad osservare la scena da Presepe. La luce esagerata e quasi accecante della montagna sembra faccia risplendere quelle pelli lisce, nerissime. I loro sorrisi di labbra carnose e di occhi si vedono anche da lontano. Uno tiene in braccio un agnellino nato da poco, un altro afferra per tutte quattro le zampe una pecora gravida e la gira nella posizione adatta perché possa mettere al mondo la sua creatura. Un altro con una grossa stagna di alluminio sta mungendo inginocchiato nell’erba. E comincio a immaginare mentre mi allontano, piano, dalla scena. Li vedo tutti e tre, tutti e tre i pastorelli neri, in un gommone fra i flutti, gli occhi pieni di paura per un mare ostile che non avevano mai visto. Li immagino pensare ai genitori, ai fratelli che hanno lasciato nella loro terra, ma nella speranza di conquistare una vita almeno degna di essere vissuta. Poi mi viene in mente il pastorello del Presepe, quel personaggio che tutti i bimbi del mondo hanno messo nel muschio della “capannuccia” come si chiama il Presepe in Valdarno. Quel pastorello con l’agnello sulle spalle, quel pastorello biondo e chiaro di pelle. Loro come lui si muovono in una scena fantastica, ma questa è fatta di personaggi veri, in carne ed ossa non in terracotta. Mi allontano, ma ancora ho negli occhi i riflessi di ambra, di ossidiana, di opale della luce tersa sulle loro pelli scure.
Quando torno con Riccardo non ci sono più. C’è una specie di roulotte che non avevo visto. Loro sono certamente a mangiare, il gregge è quasi completamente sdraiato sotto il sole caldo. Mi fermo un attimo. Un cane spelacchiato, mi abbaia e mi ringhia. Uno dei tre esce, è quello che teneva in braccio l’agnellino.
– Quanto state qui? – gli chiedo.
– Ancora tre o quattro giorni – mi risponde in perfetto italiano
– Ok, grazie.-
Salgo in macchina e mi avvio verso casa. Ho tutto il tempo per tornare. Lo farò certamente domani.
La giornata scorre normale come una giornata di vacanza ,ma io continuo a pensare. Penso alla gente di quassù, questa gente che abita al confine fra il Veneto ad il Trentino, questa gente robusta di braccia e di anima. Persone fiere, abbronzate da un sole potente anche d’inverno. Penso alle loro malghe, un tempo piene di mucche e di fieno, oggi bellissime case con i terrazzi pieni di malvoni. Gente che conosce l’emigrazione, l’emigrazione in Germania, in Svizzera. Una emigrazione dura, come gelatai ma anche come muratori, come manovali. Poi il ritorno a casa, con qualche soldo e con l’investimento nella loro terra, abbastanza agevole per loro che sanno fare tutto. Ma il pastore chi lo fa? Non piace ai giovani, non piace più. Eppure le mucche, le pecore hanno ancora bisogno di essere accudite. Ed allora e per fortuna ci sono i pastori del colore dell’ebano.
………

– Ciao, come ti chiami? –
– Angouleme –
– Parli bene l’italiano, quanto è che sei in Italia? –
– sei o sette anni, ma qualche parola ancora è in inglese –
– non ti preoccupare, capisco lo stesso. –
Mi racconta del suo viaggio in gommone, di due suoi amici di infanzia scomparsi fra i flutti, del terrore dell’acqua. Per questo, anche per questo, ora vive fra le erbe ed in montagna, il posto più lontano possibile dal mare.
– Sto bene fra le pecore, non si accorgono loro che ancora non parlo benissimo l’italiano. –
– Da dove vieni? –
– Dal Mali –
Avevo visto bene, il Mali non è distante dal Senegal, dalla Guinea e dalla Nigeria, anzi, sta in quella parte del mondo, fra il tropico del Cancro e l’equatore, che può davvero essere considerato l’ombelico del mondo. Non gli chiedo se gli abitanti del Mali si chiamano Malesi o Malini, in fondo non mi importa neanche, per me Angouleme è un Malino cordiale e amichevole.
– Senti Angouleme, posso farti una foto mentre tieni un agnellino in braccio? –
Con un fischio esagerato, da pastore, richiede l’attenzione del capo in mezzo al gregge che tiene un “becco” per le corna e non ne immagino il perché. Farfuglia qualcosa forse in “malese”. Il capo non risponde ma fa un gesto di assenso con la testa.
– Agnellino piccolo o grande?-
– Piccolo, ma perché è segnato di rosso? –
– E’ fra quelli già venduti. Ma perché vuoi una foto con me? I turisti che passano di solito fotografano solo le pecore. –
– Voglio scrivere su di te e suoi tuoi compagni pastori, sul tuo sorriso e su un lavoro che ami e si vede da lontano.-
– Grazie, Mario. –
Ecco anche se non compiuta, questa è qualcosa di simile ad una integrazione. Non una integrazione effettiva, non ancora, ma siamo sulla buona strada. E sono felice di incontrare questo “processo in corso” quassù fra le montagne. Bello vedere questo rapporto fra l’ombelico tropicale ed equatoriale del mondo ed il petto forte e robusto dell’Italia e dell’Europa, fra la foresta tropicale e gli abeti profumati delle Dolomiti.