LE MINACCE DEI CARABINIERI AL GHANESE INNOCENTE: ”DEVI MORIRE IN GALERA, ORA C’È SALVINI”

DI CLAUDIA SABA

Amedeo Luongo, Castrese Verde e Giuseppe d’Aniello.
Sono questi i nomi dei tre Carabinieri che avevano costruito false prove, su armi che un giovane ghanese non aveva mai posseduto.
I tre pubblici ufficiali, sono stati già sospesi dall’Arma mentre il giovane ghanese, arrestato ingiustamente, è stato messo in libertà.
Ma c’è un’altra storia che coinvolge i tre arrestati.
Una storia che nasce tra i ghetti, tra lo squallore che spesso travolge gli ultimi, quelli che nessuno conosce.
I cui nomi appaiono sui giornali solo quando muoiono oppure vengono vessati da chi, pensa di possedere un giusto titolo per farlo.
Il racconto è cupo, nascosto, come sempre accade dove si cela il losco, il torbido, il degrado sociale.
L’auto, una Fiat Punto scura, è sempre la stessa.
Dentro tre uomini vestiti di scuro: Amedeo Luongo, Castrese Verde e Giuseppe d’Aniello, i tre militari arrestati.
Frenate di ruote sull’asfalto,
portiere sbattute ogni sera, tra le strade che portano a minuscole case, semi nascoste tra la vegetazione.
Si dichiarano dello Stato ma dello Stato non hanno nulla. Spavaldi, invadono quelle case fatiscenti, calpestano accessori femminili e insieme, anche la loro dignità umana.
In mezzo alla stanza, un letto sfatto dagli ospiti che vi si alternano.
I tre minacciano, intimidiscono le donne che abitano qui, immigrate sudamericane costrette a prostituirsi vendendo il loro corpo.
Chiedono soldi, pretendono sesso con la convinzione di essere assoluti padroni di quelle sfortunate vite.
“Se voglio – era solito dire uno dei militari alle giovani– ti faccio tornare a casa in barca”.
Le ragazze li chiamavano: “Los bastardos de la Punto negra”, i bastardi della Punto nera.
Per questa ed altre vicende di soprusi, i tre erano già tenuti sotto osservazione dalla Procura, nella massima riservatezza, da diverse settimane.
Lo rivela Fanpage.
Un plico sulle attività illecite svolte dai tre Carabinieri, era già stato inviato al GIP e quando il giovane ghanese viene ingiustamente arrestato,
la Procura, già a conoscenza delle false prove costruite contro di lui dai militari, interrompe immediatamente le indagini per intervenire.
Perché Munkail Kaliu Osman,è innocente.
Un’altra vittima scelta a caso come le giovani migranti sudamericane.
Da vessare, intimidire, punire.
Anche a lui i militari avevano urlato:
“È finita, tu devi morire in galera. Ora c’è Salvini, vi facciamo il culo”.
E dopo le false
accuse costruite contro quel giovane bracciante di origine africana, i militari dell’Arma attendevano di ricevere in cambio un premio, per la brillante operazione, portata a termine con successo.
Una storia di potere che fa paura in questa Italia intimorita dal terrorismo, dall’odio fagocitato sempre più, dalle ingiustizie sociali. Osman ora è libero,
completamente scagionato dalle accuse infamanti.
I militari dovranno invece rispondere di falso ideologico, calunnia, detenzione e porto illegale di armi clandestine.