MIGRANTI, LO SQUALLORE DELLE FAKE NEWS CHE VANNO OLTRE LA MORTE

DI ANNA LISA MINUTILLO

Ennesima tragedia accaduta in mare, ennesime vite perse e disperse in quell’immenso azzurro, ennesime ondate di odio che si propaga come se non ci fosse un domani sui vari social. Commenti non richiesti, parole forti che ancora vengono rivolte verso chi non può difendersi, non può replicare. Ecco cosa siamo diventati, “persone” che anche di fronte a giovani vite spezzate, a bambini che abbracciati dal mare vengono consegnati alla terra, sanno solo giudicare. Da queste morti non impariamo nulla tantomeno a metterci davanti a responsabilità che non vogliamo. Emerge soltanto il fallimento esistenziale in cui ci troviamo, o solo la nostra “semplice” inadeguatezza. La povertà d’animo che non ci sorprende più non deve assolutamente essere considerata la “normalità”, perché nulla vi è di “normale” nel trovare il modo di speculare, di usare immagini che riguardano la morte solo per ricevere qualche click in più, solo per creare complotti non dimostrati.

Infatti le foto che ritraggono i corpi dei tre bambini recuperati sulle rive di Al-Hmidiya, in Libia, in poche ore hanno fatto il giro del mondo. Così, in momenti di smarrimento, quando gli sguardi si posano su immagini che mai si dovrebbero guardare, bisogna anche pensare a stare attenti, a non” cascarci” , si perché insieme a quegli scatti circolava anche la fake news. Si è “pensato bene” di diffondere accanto a quelle drammatiche immagini realmente scattate da un fotografo dell’agenzia Afp, quella realizzata da uno studio fotografico . Secondo questa falsa informazione l’immagine dei corpi dei tre piccoli non sarebbe altro che un fotomontaggio realizzato dalle associazioni legate a Soros per influenzare l’opinione pubblica sul tema dei migranti. Il fotomontaggio, un falso, ritrae un uomo che tiene in braccio il piccolo. Secondo i complottisti si tratterebbe di un bambolotto .

Questa immagine è stata pubblicata da un profilo Facebook seguito da mille utenti. Tanto è stato sufficiente (anche se il proprietario del profilo l’ha rimossa) per far diventare virale questa immagine attraverso le condivisioni, scatenando i commenti al vetriolo di chi è contrario ai migranti e al legame presunto con le associazioni non governative dell’imprenditore e attivista George Soros.
Le foto vere sono state scattate da un fotografo dell’agenzia di stampa francese Afp e convalidate dalle dichiarazioni dell’Unhcr che ha confermato la tragedia. Oltre il danno, la beffa, oltre alla vergogna che proviamo dobbiamo anche aggiungere quella per chi usa a piacimento tragedie che non dovrebbero accadere a nessun bambino. Oltre alla pochezza anche l’arroganza di “vomitare” parole che inserite in questo momento storico e sociale continuano a fornire conferme di quanto poco di sociale vi sia in chi non attende altro per dare libero sfogo alla sue frustrazioni personali, alla sua vita irrisolta, al male di vivere che coinvolge molte “persone”. Abbiamo sempre da dire, ma siamo sempre più incapaci di vedere e di ascoltare, abbiamo sempre la risposta pronta quando le tragedie non accadono nelle nostre famiglie e tutto questo nulla dovrebbe avere a che vedere con le appartenenze politiche, religiose, o etniche. Prima di tutto si dovrebbe essere uomini e donne che si immedesimano per empatia, per solidarietà, per maturità con chi è vittima spesso di traffici, di profitti che vanno a finire in tutte le tasche tranne che in quelle dei migranti.
Si discute su tutto, no, magari si discutesse, si ragiona per partito preso, per simpatie. Ancora oggi c’è chi crede che ai migranti vengano corrisposte 35 euro al giorno, che non hanno motivo di lamentarsi, che qui da noi “fanno la pacchia”, ma mai nessuno si pone una domanda, mai nessuno si chiede come mai allora non riescano ad avere un’esistenza degna, come mai continuino a mancare loro le piccole cose, quelle che riguardano la quotidianità. Guardiamo solo le scarpine indossate da questi bimbi annegati, guardiamo che erano ben vestiti e anche di rosso, guardiamo e giudichiamo, guardiamo e non ci fermiamo mai a pensare, a dare risposte alle domande, prima di giudicare. Non ci si mette mai nei panni di quelle mamme che fanno indossare ai bimbi capi di colori vistosi prevedendo una sciagura, lo fanno per cercare, di renderli visibili in caso di annegamento, lo fanno con la morte nel cuore, cercando di allontanare quella triste eventualità dai loro pensieri, lo fanno sapendo che forse quella potrebbe essere l’ultima volta in cui svolgono questo compito, lo fanno perché in quella cura ci sta tutto l’amore di una mamma, perché se il suo “cucciolo” non dovesse farcela, chi lo ritrova deve ritrovarlo in ordine.. Lo fanno perché essere migranti non vuol dire perdere la dignità.

Qualcuno pensa a questa cosa? Qualcuno di quelli che punta indici verso gli altri e non è in grado di puntare un chiodo al muro e di farcelo stare centrato, ci pensa mai?
E’ una tristezza quanto avviene, è una tristezza pensare che si sia diventati insensibili, freddi, calcolatori, che si “gioca” a far diventare una “bufala” la morte quando purtroppo questa è vera, giunge sulle spiagge e ci attanaglia, quando gli occhi di altri invece si riempiono di lacrime che arrivano così, all’improvviso perché quei bimbi sono i figli del mondo, sono anche i nostri figli, sono i figli di quelle madri che non li rivedranno più. Un mare che diventa sempre più ospite di vite stroncate, un mare che forse abbraccerà al posto degli insensibili chi quell’abbraccio sperava di trovarlo una volta giunto a terra. Mi piace pensare che sia così, che le onde si siano prese cura di quei piccoli che terrorizzati, soli, annaspavano fino a non poterne più, fino a lasciarsi cullare pensando che a farlo fossero le braccia delle loro mamme.
Viviamo giorni distrattamente per eventi di rilievo a cui bisognerebbe dedicare particolare attenzione, li alterniamo invece a momenti di superficialità laddove occorrerebbe mettere attenzione. Non abbiamo rispetto per la vita quando si tratta di quella altrui, ma guai solo a mettete un bastone tra le ruote alle nostre di vite, guai a negarci uno sfizio, guai a smettere di guardare per iniziare a vedere..

Incolpiamo i social quando ad usarli male, siamo noi, potremmo approfondire, leggere testi di qualità e viaggiamo di click su social che isolano invece di farci realmente socializzare. E intanto la vita va avanti, le parole colme di odio “trionfano”, gli episodi di razzismo vanno avanti ad accadere. Resta uguale solo il mare e la vergogna che dovremmo provare, una vergogna che se avesse un limite si chiamerebbe intelligenza, ma siamo qui, a “gareggiare” tra noi, a chiudere porti invece di aprire le menti, a fare i distratti quando ci conviene, a “giocare” con la vita altrui senza renderci conto di quanto siamo miseri quando pensiamo di abusare del “potere”. Saranno commenti poco felici indirizzati anche a chi ne scrive, ormai va così da giorni, ma non importa, ciò che conta, anche se è poca cosa, è far capire a quei tre bimbi che non tutti siamo così, persi e dispersi nel mare della cattiveria e dell’ignoranza, qualcuno ha ancora alto il senso della vita, il senso della libertà e del diritto di sognare e di provare ad avere una vita migliore..