MIRACOLO MESSICANO: OBRADOR, PRESIDENTE DI SINISTRA CHE VINCE LE ELEZIONI CON UN PROGRAMMA DI SINISTRA

DI FRANCESCA CAPELLI

Vincere contro il Brasile e passare ai quarti di finale sarebbe stato troppo, per il Messico, il giorno dopo il trionfo di Andrés Manuel López Obrador (detto Amlo, l’acronimo del suo nome) alle elezioni presidenziali. Una vittoria storica, benché prevista. Con il 53 per cento delle preferenze, distanzia il tecnocrate conservatore Ricardo Anaya (22,5 per cento) e l’economista José Antonio Meade (16,4 per cento), il delfino nel presidente uscente Enrique Peña Nieto. Per la prima volta dopo 70 anni, interrotti solo da un intermezzo tra il 2000 e il 2012, non sarà il Pri (Partito rivoluzionario istituzionale) a governare il Messico.
Amlo è un moderato signore di sinistra, 64 anni, formatosi politicamente nel Pri e poi fondatore di un suo partito, Morena. Conquista la presidenza al terzo tentativo, dopo essere stato l’apprezzato governatore del Distrito Federal, ossia la città autonoma di Città del Messico, feudo della sinistra. Dove si permette l’aborto e il matrimonio gay, vietati nel resto del paese.
Obrador ha basato la sua campagna elettorale sulla tutela dell’ambiente, la lotta al narcotraffico e alla corruzione, il rilancio del lavoro e dell’economia e soprattutto – al grido di “prima i poveri” – politiche sociali per le fasce più deboli.
I messicani non si sono fatti spaventare. Ma tanto è bastato a gettare nel panico i giornalisti italiani e a convincerli a usare nei titoli la loro parola preferita, che con tanta sapienza e parsimonia hanno dosato negli ultimi mesi: populismo. Il vero capolavoro l’ha compiuto Repubblica, che nel giro di 48 ore è passata, con due articoli dello stesso autore, dal “rischio di un nuovo caudillo” (dimostrando di non avere la più pallida idea di cosa sia il caudillismo ispanoamericano) alla definizione, per il nuovo presidente, di “leader pulito e sobrio che vuole combattere la mafia al potere”. Ma si può fare di più. Il Post riporta nel sommario che “qualcuno” definisce Obrador come “il Trump messicano”, ma poche righe dopo descrive le dure dichiarazioni di Amlo nei confronti del presidente degli Usa.
Nessuno aveva previsto che, dopo la mancata elezione di Gustavo Preto in Colombia, la possibile rivincita della sinistra, in America Latina, potesse partire da qui. Da uno stato nordamericano (tale è il Messico), molto legato alla politica statunitense, che nemmeno nella decade dei governi progressisti aveva messo in discussione il neoliberismo.
La partita di calcio di ieri è stata un vero e proprio un gioco di specchi. Un duello contro il Brasile che, “in direzione ostinata e contraria”, negli anni dei social forum di Porto Alegre e della presidenza di Inácio Lula, aveva trascinato lo sviluppo economico di tutto il Sudamerica. Con un cammino pericolosamente troppo dipendente dall’estrattivismo e dai prezzi delle materie prime, tanto per non risparmiarci nessuna contraddizione. Ci sono stati i governi di Nestor e Cristina Kirchner in Argentina, Rafael Correa in Ecuador, Pepe Mujica in Uruguay, Fernando Lugo in Paraguay, Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia. L’integrazione latinoamericana attraverso il Mercosur e il Parlasur, gli accordi Alba di cooperazione economica, in contrapposizione agli Alca statunitensi e all’Organizzazione mondiale del commercio. Tutto questo, in pochi anni, era diventato realtà.
E altrettanto velocemente si è sgretolato. Lula, che tutte le inchieste darebbero come favorito alle presidenziali brasiliane di ottobre, è in prigione, travolto da uno scandalo montato su misura per lui, per impedirgli di essere rieletto. Il testimone passa a Obrador per i prossimi sei anni. Il resto di questa storia è ancora tutto da scrivere.