RAZZISMO, QUANDO LA PAROLA “INTEGRATO” RAPPRESENTA LA PATENTE DELLA DIGNITA’

DI MARCO GIACOSA

Stavo leggendo, al bar, del ragazzo sudanese, da molti anni a Torino, perfettamente “integrato” – come si deve ormai specificare perché un nero abbia, forse, la patente della dignità – che è stato deriso insultato e preso a calci da due italiani che passavano per caso, qualche sera fa, ed è finito all’ospedale. Ho pensato alla mia amica che lavora nell’accoglienza, che mi manda messaggi allarmati: nell’ultima settimana almeno tre episodi di razzismo, volutamente esasperati, pubblici, su tre dei ragazzi – quando alla radio hanno dato la notizia: un grande intervento chirurgico a Torino, la squadra del noto chirurgo prof. Salizzoni ha effettuato un difficile trapianto di fegato a beneficio di un ragazzo, specificato marocchino.
Ho sospirato. E adesso chi li sente i razzisti fascisti? Ho smesso il cappuccino, ho pensato ai commenti sui social (ma anche al bar, al mercato).
Ho paura. Chi non ne ha, o minimizza il “fascismo” e lo derubrica a “percepito”, è uomo, bianco, eterosessuale, italiano. Io penso a una qualunque minoranza, oggi, e ho paura per chiunque ne sia parte: camminare guardandosi attorno, sentire nell’altro un potenziale nemico, che può diventare pericoloso perché semplicemente si è, si esiste, si è lì.
“Non ti ho fatto niente, perché mi fai questo?”