LA MAMMA CORAGGIO LANCIA UN APPELLO AI GIUDICI “MA IL DOLORE NON CI STA IN UNA MAIL”

DI RENATA BUONAIUTO

“Ill.mi Magistrati, 
non so se la disperazione che provo oggi, sia superiore a quella che provai il giorno che feci arrestare mio figlio Michael, ma è comunque devastante. Mi rivolgo a Voi, che disponete della vita o della morte di coloro che passano nelle vostre aule.
Qualche giorno fa, ci è passato mio figlio e, con tanta freddezza e disumanità, avete deciso che il percorso per ricostruire la sua vita, dovesse essere interrotto, perché: “qualcuno ha fatto il suo nome, coinvolgendolo in una brutta storia ancora tutta da chiarire e da definire. 
Lo avete estrapolato da quel luogo a cui si era affidato con tanta buona volontà e lo avete ricatapultato in un mondo che neanche Voi, in realtà, conoscete. E’ vero, è un ragazzo che, annebbiato dagli stupefacenti, ha commesso atti deplorevoli, ma è lo stesso ragazzo che con una forte volontà, ha deciso di diventare un buon padre per il suo bambino. Me lo avete rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, che solo a definirlo, mi si arroviglia l’animo. Stamattina l’ho incontrato. Aveva gli occhi che brillavano di un pianto soffocato e mi ha solo detto: “Oh Mà, questa volta mi hanno proprio inguaiato, da qui non esco più!”. Ho provato a trattenere le lacrime, ma non era possibile, il dolore era troppo forte… Me lo avete ributtato nella fossa dei leoni, senza tenere conto della trasformazione che stava avvenendo in lui, annullando completamente ciò che in questi mesi è stato fatto con la sua pronta collaborazione. 
Molti attribuiscono il suo comportamento ad una mancanza di educazione, io non condivido, ma oggi sono qui a dirvi: Allora condannate me, perché non ho avuto abbastanza tempo per stargli vicino… perché l’amore che gli potevo dare, era un amore veloce, un amore che si esprimeva con i rimproveri, le raccomandazioni, le punizioni, non era un amore fatto di baci e abbracci come avrebbe dovuto essere, non c’era tempo per queste smancerie… Punite me, illustri Magistrati, perché una madre che non ha tempo di dare amore ad un figlio, è una madre inetta, una madre indegna di essere chiamata così…. E poi, augurate a Voi stessi, illustri Giudici, di non cadere mai nelle mani della ” Vostra giustizia”, quella fatta dagli uomini che si ergono a Dei, decretando inesorabilmente l’inizio o la fine di un’esistenza…In quello stesso istante, anche Voi, che di tante vite avete disposto, diventereste un numero di protocollo, e la vostra vita e quella dei Vostri cari, non varrebbe più di quella di mio figlio e della nostra. 
Spero di non dovermi mai pentire di aver fatto arrestare il mio amatissimo figlio, quell’ultimo giorno di un ottobre qualunque… “.
Quella che scrive è Daniela Manzitti, la mamma di Michael, la “Mamma Coraggio”.
Michael si era perso, brutte amicizie, soldi facili, una polverina sottile capace di annullare dignità e morale avevano fatto il resto. I sacrifici della madre, rimasta sola nella crescita dei suoi tre figli, i turni di lavoro notturno e l’inevitabile assenza, avevano fatto il resto. Michael fu arrestato, poco dopo gli furono concessi gli arresti domiciliari. Per un giovane confuso ed arrabbiato come lui anche le pareti domestiche erano una trappola da cui occorreva fuggire in fretta. Caos e ribellione ancora bruciavano in lui ed un giorno quella porta si aprì con inaudita violenza, seguirono mesi di latitanza, di silenzi, di messaggi confusi, di paura.
Daniela, dopo notti insonni, pianti, disperazione, prese la decisione più coraggiosa, decise di “tradirlo”, per regalargli ancora la vita. Fuori l’ ospedale, mentre la sua compagna si sottoponeva alla prima ecografia neonatale, c’era anche la polizia. L’arresto avvenne con discrezione e rispetto, come la mamma aveva tanto pregato si svolgesse. Negli occhi di Michael, rabbia, odio, paura ma, forse chissà anche un leggero sollievo, perché quella fuga in fondo si stava dimostrando una prigione ancora più insopportabile. Qualche settimana dopo, nelle fredde mura del carcere, Michael cominciò a comprendere quale fatica avesse fatto la madre denunciandolo, quanto dolore avesse provato. Una telefonata di perdono sembrava aver messo finalmente la parola fine a questa storia di grande coraggio.
Michael diventa papà di un meraviglioso bambino, una ragione in più perché quel percorso, ora in una Comunità di Don Mazzi, possa trovare forza e determinazione. Finalmente il passato poteva chiudersi nel cassetto dei ricordi, e lasciare spazio ad un futuro d’amore, di responsabilità, di gioia.
Ma mentre mamma Daniela, lancia appelli perché queste storie non accadano ad altri, perché le famiglie non siano lasciate sole, perché nei quartieri più a rischio possano esistere associazioni, strutture, enti, in grado di affiancarli nel loro non facile compito. Mentre Daniela, comincia a sognare un futuro lavoro per Michael e ripercorre le sue passioni, le sue abilità, rimpiange gli studi non completati, accade ancora qualcosa.
Il 19 giugno Michael viene portato via dalla Comunità e condotto in carcere, lo ritengono coinvolto negli arresti avvenuti a Bari. Ieri il Riesame ha confermato il suo fermo nel carcere di Melfi. Michael si dichiara estraneo a tutto ciò e, a noi piace crederci. Ma quello che ci preme di più adesso è far volare il disperato e sentito appello della sua mamma che giustamente mi dice “Con freddezza i giudici hanno spezzato le ali a mio figlio… ora rischia fino a 10 anni di carcere…”
Tutti gli sforzi fatti in questi mesi rischiano di andar perduti, l’aiuto e gli insegnamenti della comunità di don Mazzi, non possono essere ritrovati in un carcere. Michael ha bisogno di ricostruire se stesso ed i suoi valori, di ritrovare la speranza e la forza che solo un percorso educativo completo e competente può attuare. Confidiamo nel cuore dei magistrati, che possano guardare oltre la “pena” e riportare questo giovane papà in quella “casa” che oramai sente anche un po’ sua.
Non “spezzate le sue ali”, ma insegnategli a Volare.