L’ARTE DELLA PERSUASIONE, IL TELEFONO SENZA FILI, LA GENTACCIA, I LETTORI

DI LOREDANA LIPPERINI

“Il problema con la propaganda non è che “persuade le persone”. Il problema con la propaganda è che persuade le persone di cose false, e che per riuscirci le disinforma e le manipola facendo leva sulla minaccia e sulla paura.

Persuadere è una pratica essenzialmente gentile: è la strada che sceglie chi vuol convincere qualcuno a fare qualcosa, e a decidere di farla senza essere obbligato a farla. La persuasione fa capo alla retorica: l’arte antichissima di formulare discorsi convincenti”.

Così Annamaria Testa su Internazionale, non molto tempo fa. Ora, partiamo da qui: come formulare discorsi convincenti in questo preciso momento? Diciamo subito che è difficile, e parecchio. I social, da ultimo, hanno preso la strada del vecchio gioco del telefono senza fili. Ricordate? C’è una frase, o una parola, che viene sussurrata all’orecchio del primo giocatore e viene ripetuta fino ad arrivare all’ultimo, e quasi mai l’ultimo ripeterà con esattezza quanto detto dal primo. Risate, tante risate, quasi sempre.

Faccio un esempio, per far capire come funziona oggi il telefono senza fili. Riguarda, ancora una volta, il terremoto che, si sia coinvolti o meno, è il case history per capire cosa è accaduto e cosa sta accadendo.  Nell’agosto scorso, due donne sono andate ad ascoltare quanto avveniva nell’assemblea regionale delle Marche. Erano due donne di Arquata del Tronto. Anna Casini, vicepresidente della Regione, Pd, le scaccia chiamandole “gentaccia”. Poi banna chi la contesta. “Pensavo si volessero congratulare con me”, dichiarò. Invece protestavano per l’abbandono e la desolazione dei terremotati. Una di quelle donne è Eleonora Tiliacos. Che oggi, ma guarda, è diventata, insieme a coloro che si oppongono al Deltaplano a Castelluccio di Norcia, colei che definisce “gentaccia” i terremotati.
Avete capito bene. La destinataria dell’offesa diviene colei che offende. Come è stato possibile? C’è una cosetta antica che si chiama esperimento di Asch e che dimostra come un dato reale (la lunghezza di un bastoncino rispetto agli altri) possa essere distorto se un gruppo maggioritario dice all’unico inconsapevole del gruppo che quel bastoncino non è più corto degli altri, ma più lungo. Rudimenti di psicologia sociale, di oltre sessant’anni fa, ma funzionano ancora, benissimo. A forza di ripetere che chi si oppone al Deltaplano considera i terremotati come “gentaccia”, chi frequenta i portavoce della menzogna crederà alla menzogna. E, come ognun sa, le micro-macro-comunità di Facebook sono comunità di simili. Non ascoltano le altre. Al massimo le leggono e piombano a dire “ehi, gruppo di leccapiedi, siete tutti d’accordo, eh?”. Non si parlano, mettiamocelo in testa.
L’esempio serve a dire una cosa semplice da enunciare, difficilissima da mettere in pratica, e ahimé è verificabile giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. Quando si reagisce su un’agenda dettata da altri si fa il gioco degli altri. Ieri sera, su Facebook, ho provato a dire questo:

“Io starei un po’ attenta nella comprensibile rivolta contro la sottosegretaria ai beni culturali che dichiara di non leggere. Il vecchio ministro Bondi poetava, Dell’Utri è un bibliofilo e Gemma Guerrini una raffinata studiosa. Eppure. Insomma, il trappolone noi-loro somiglia alla vecchia campagna per la promozione della lettura che mostrava un palestrato e invitava a non diventare in bestione tutto muscoli”.

Ora, è evidente che sarebbe consono distribuire gli incarichi secondo competenze: se affidassero a me, che non so nuotare, il ruolo di allenatrice di una squadra di pallanuoto chiederei l’immediato alcol test a chi ha fatto la proposta. E’ altresì evidente che è legittimo attendersi dalla sottosegretaria comportamenti simili a chi milita nel suo partito e ha, nel tempo, messo all’indice i libri per bambini (Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia) o una bibliotecaria come Fabiola Bernardini. Ma se la reazione davanti all’affermazione di non avere tempo per leggere è “noi invece leggiamo”, si cade proprio in quella contrapposizione noi-loro di cui  i nuovi fascisti ormai dichiaratissimi hanno bisogno.
Dunque bisogna tacere? Ma neanche un po’. Bisogna parlare di più, ma pensandoci sopra mille e una volta. E, secondo me, non parlare in reazione, ma iniziando per primi il discorso. Terreni ne abbiamo: la scuola, per cominciare. E lo ripeto: la scuola, la scuola, la scuola. Qui la sinistra ha mancato, qui deve ricostruire. E poi. Le biblioteche. Le librerie. Ma non esibite come segno di distinzione: bensì come luogo di ripartenza, di persuasione gentile. Di forza di una comunità, infine.

Ps. A proposito di bastoncini corti e lunghi: è ovvio che il mio post di ieri sia stato interpretato da certuni come un atto di servilismo al governo. Chi mesta nel torbido, o per meglio dire gli avvelenatori di pozzi, vivono e prosperano al di là degli schieramenti, e spesso lo fanno per pura propensione al banalissimo male quotidiano. Amen, si vada avanti.