POLONIA, SEPARAZIONE DEI POTERI ADDIO: COME NASCE UNO STATO AUTORITARIO

DI ALBERTO TAROZZI

La Polonia è arrivata al dunque: uno stato autoritario, come è stato notato anche recentemente in un editoriale de il Post.

Dopo essersi espressa in politica estera sulle posizioni da fortezza Europa che caratterizzano l’Ungheria, senza nemmeno aver dovuto soffrire l’arrivo di un profugo, come Budapest aveva quanto meno accusato.
Dopo avere ospitato senza battere ciglio raduni neo nazisti, là dove l’olocausto aveva vissuto alcune delle sue pagine più tremende.
Dopo avere ostacolato in tutti i modi i diritti dell’informazione e quelli delle donne, nonostante il ruolo battagliero di alcune di esse abbia salvato l’onore della cultura polacca.
Dopo avere messo al bando (ultimamente in termini meno punitivi) qualsiasi versione della storia che sostenesse una qualche responsabilità polacca nella tragedia degli ebrei che da quella nazione sono letteralmente scomparsi.
Dopo tutto ciò mancava ancora, sul piano della politica interna, un segnale che collocasse definitivamente la nazione al vertice tra i Paaesi pià autoritari e reazionari della Ue e della stessa Europa intesa come continente.
Quel segnale è “finalmente” arrivato il 3 luglio data in cui , a norma di legge, la Corte Suprema pare sia divenuta un organo controllato dal governo.

Ovviamente, come minacciato a suo tempo, la Commissione Europea ha annunciato di avere iniziato una procedura di infrazione contro il governo polacco che in linea puramente teorica potrebbe escludere la nazione dal voto in sede Ue. Ma c’è poco da consolarsi: visto che detta norma dovrebbe godere del consenso unanime della Commissione si può stare certi che Varsavia potrà sicuramente avvalersi di un’anima buona che romperà l’accerchiamento, lasciando le cose come sono.
Già nel dicembre del 2017, la Commissione della Ue, aveva annunciato di avere iniziato le procedure per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona contro la Polonia, la così detta “opzione nucleare”, in base alla quale la Polonia avrebbe potuto perdere il suo diritto di voto nelle istituzioni europee, ma anche allora, la clausola della unanimità aveva fatto dormire sonni tranquilli alle destre polacche.

Come sempre avviene in questi casi, i passaggi determinanti nel rendere devastante tutta l’operazione sono mascherati da un velo di provvedimenti apparentemente tecnici.
Come l’abbassamento dell’età della pensione per i giudici della Corte Suprema da 70 a 65 anni, il che obbliga 27 giudici su 74 a ritirarsi prima della scadenza del loro mandato, facilitando il “ricambio” desiderato dall’esecutivo.
Come l’aumento del numero dei giudici, fino a 120, che darà maggiore spazio alle nuove nomine, effettuate in spregio e in sfregio al principio di divisione dei poteri: tutte le nuove nomine saranno cioè decise dal governo, che in tal modo potrebbe controllare i due terzi della Corte.
Fuori dai piedi in tempi rapidi dunque tutti coloro che potevano apparire organici alla vecchia classe dirigente comunista.
A ciò va aggiunto che eventuali richieste di proroga andrebbero approvate, guarda caso, dal Presidente della Repubblica in persona.
Segni di resistenza tra i giudici attuali, che hanno riconosciuto come loro presidente un’oppositrice dell’esecutivo, Małgorzata Gersdorf, ma già si parla di una sua prossima rimozione forzata. che quasi certamente verrà intrapresa dal governo.

Visti i rischi di un deferimento della Polonia davanti alla Corte di giustizia europea, che comunque non sarebbe un gran bel vedere, c’è ancora un mese di tempo per trovare un compromesso.
Il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, pare speranzoso ma è Varsavia che visti i tempi che corrono nell’est Europa, pare orientata a rispondere col più classico dei chissenefotte. Visto i rischi minimi che si corrono, tanto vale tirare dritto.
E la barca Ue, va sempre più a fondo.