LOWLOW. IL RAPPER CHE SI RIVEDE IN RIMBAUD

DI GIACOMO MEINGATI
“La musica è solo un modo che ho trovato per esprimere il mio talento.
Quello che mi interessa davvero è sfibrare: tirare fino all’ultimo filo il tessuto dell’umanità stessa”.
“Bambino soldato”, la title track del secondo album di Giulio Elia Sabatello, in arte Lowlow, finisce così.
“Queste sono le ultime, ho l’ansia da prestazione. Ho scritto tutto questo disco in preda all’emozione, neanche il mio talento supera la mia ambizione, il mio rap resurrezione, questa è la mia redenzione”.
Così finiva invece “Redenzione”, la title track del suo album d’esordio.
Lowlow lo ha inciso dopo aver iniziato a 13 anni a fare battle hip hop, prima a Roma poi in giro per l’Italia, ed esser stato a 23 il primo artista hip hop a firmare per la Sugar Music di Caterina Caselli, con alle spalle la produzione di Fish.
In queste poche righe c’è già molto di lui.
Il suo è un progetto ambizioso, che suscita interesse, anche al di fuori del pubblico dei teenager e di quello ristretto dell’hip hop.
È riuscito a rendere mainstream contenuti frutto di un’introspezione profonda, di un lavoro rigoroso sui testi, e di una cultura non comune per un ragazzo della sua età, almeno di questi tempi.
“La cultura non può essere virale, perché è pesante, richiede tempo, quindi la gente non condivide post troppo profondi”, “oggi non va più il contenuto, la poesia è per pochi, oggi devi scioccare, devi tirare la bomba di pancia, devi stupire subito, a primo impatto, o la gente non ti seguirà”.
Nel mondo della comunicazione, questi luoghi comuni stanno ormai diventando dogmi, e Lowlow li ha smentiti, uno dopo l’altro.
Nel mondo in cui Trump diventa presidente degli Stati Uniti puntando sulla viralità dei suoi video, in cui insulta le donne e promette dazi e muri; in cui Young Signorino si impone all’attenzione generale con video in cui non dice sostanzialmente nulla, solo grazie allo shock che provoca nello spettatore, Lowlow riesce a ottenere decine di milioni di visualizzazioni su YouTube, a far diventare il singolo del suo primo album, “Ulisse”, doppio disco di platino, esprimendo una poetica che attinge alle dimensioni più intime del suo vissuto, intrecciandole con citazioni che vanno dal V canto dell’Inferno di Dante a Calvino, dal verso della prima poesia de “i Fiori del male” di Baudelaire a Rimbaud, fino ai film di Tarantino, passando per Maradona e Marco Van Basten.
“Non riesco a fermarmi per capire quello che mi sta succedendo ora – ha dichiarato in una recente intervista – sto lavorando tanto, e ho una continua ansia di dimostrare a me stesso e agli altri il mio talento”.
Con il tour promozionale del secondo album in pieno decollo, il giro degli store iniziato a giugno che andrà avanti tutta l’estate, due date già fissate il 6 dicembre a Milano e il 7 a Roma, Lowlow si dichiara: “Consapevole di aver dato tutto il meglio di me nel lavoro di questo album” e allo stesso tempo: “Totalmente ignaro di quello che mi tornerà indietro, ma con una grande voglia di scoprirlo”.