TRE BAMBINI, TRE RICORDI

DI CHIARA FARIGU

Un gruppetto di bambini attira la mia attenzione. Giocano a lanciarsi ‘polpette’ di sabbia, poi si buttano in acqua per sciacquarsi e ricominciare daccapo. Sono belli da vedere, si divertono con poco, ridono, finalmente liberi da impegni!
Tre di loro mi riportano indietro nel tempo, nelle fattezze mi ricordano tre piccoli alunni che mi sono rimasti nel cuore. Quello più moretto ha lo stesso sorriso di Osama, un simpaticissimo bambino marocchino dallo sguardo vivo, molto intelligente. Arrivava puntualissimo la mattina accompagnato dalla mamma vestita secondo la sua tradizione. Sulla porta, immancabilmente le raccomandazioni di rito, comportati bene, ascolta la maestra, non litigare coi compagni… un botta e risposta tutto rigorosamente in arabo. Certe volte chiedevo ‘che ti dice la mamma’? e lui traduceva guardando me e lei che annuiva. Era esonerato dall’insegnamento dell’educazione religiosa, ma usciva malvolentieri dalla classe per fare l’attività alternativa. Al punto che a Natale volle fare la recita insieme ai compagni, vestì i panni di un re magio e cantò tutte le canzoni senza alcun problema, suo e dei genitori che acconsentirono. Ma il primo giorno di mensa fu divertentissimo. Per lui fu chiesto un menù che escludesse gli insaccati e la carne di maiale. Qualcosa però non funzionò e quel pasto alternativo non arrivò. Lui con gli occhi lucidi guardava il piatto, quel prosciutto cotto gli era vietato. ‘Mamma ha no detto prosciutto’ ripeteva mentre ne trangugiava un boccone. E pezzo dopo pezzo quel prosciutto sparì dal piatto. Fu l’unica debolezza. In seguito rifiutò sempre anche le polpette di pesce sospettando che fossero simili a quelle dei compagni, fatte, chissà, magari col macinato misto. Ah, Osama!

Quell’altro con gli occhialini alla Harry Potter sembra proprio Francesco, uno scricciolo di bambino con un vocabolario da adulto. Lui non si ammalava come gli altri. Il suo mal di pancia era dovuto ad un virus intestinale, il suo mal di gola era causato dallo streptococco. Due spanne sopra i compagni nella rielaborazione di storie e attività motoria per lui, figlio di una collaboratrice scientifica, una di quelle, per intenderci, che ti scavalcano quando, dopo ore di attesa, è arrivato il tuo turno per entrare dal medico.

Il terzo, con quel ciuffo ribelle, mi ricorda Marco. Un genietto. Non semplice da gestire, un artista in erba. Il primo o il secondo giorno di scuola disegnò un bambino completo in tutte le sue parti, con un lungo collo. “Ho fatto il collo alla Modigliani” mi disse prima che ponessi qualche domanda, lasciandomi senza parole. Ricordo il mio disappunto il primo giorno di scuola alla primaria quando le docenti dell’infanzia passano il testimone alle colleghe delle elementari. Ero lì a “raccontare” i miei piccoli alunni alle nuove maestre che nel frattempo avevano assegnato loro il primo elaborato: disegna te stesso. Mentre gli altri si limitarono a disegnare uno schema corporeo che in qualche modo li raffigurasse, lui il “se stesso” lo mise in quel nuovo insieme. I nuovi compagni, le maestre, la lavagna, gli addobbi di ‘benvenuto in prima’. Una ricchezza di dettagli, meravigliosi, che però infastidì la nuova maestra che lo riprese perché non si era attenuto a quanto richiesto. Che miopia didattica: come si può imbrigliare la creatività tarpando le ali a chi ha il dono di saperla esprimere?

Basta una parola, un gesto, un sorriso e dal cassetto dei ricordi spuntano Antonio, Elettra, Alice, Francesca, Valerio … tutti unici e irripetibili, come gli anni trascorsi con loro