CONFERMATI 30 ANNI DI CONDANNA PER L’OMICIDIO VARANI

DI PAOLO VARESE

Il suo nome era Luca. Un ragazzo di 23 anni di Roma, una persona tra le persone, sogni come tanti, una fidanzata, necessità di guadagnarsi qualche euro per non pesare troppo sui genitori. E loro invece erano Marco e Manuel. Tanto ambizioso e narcisista il primo quanto schivo ed anonimo il secondo. Manuel e Marco non erano amici, si erano conosciuti in un locale notturno della Capitale ed avevano avuto una relazione sessuale,anche se Manuel teneva ad affermare la propria eterosessualità. Ma Marco era ossessionato dalle foto,dai video, dai social, e Manuel sapeva che aveva un video che li ritraeva insieme durante il loro incontro, così aveva risposto ad un messaggio del non amico, che chiedeva di incontrarlo, proponendogli altro, una esperienza a base di cocaina ed alcool, coinvolgendo magari qualche altro ragazzo da mettere in mezzo. E chi meglio di quel ragazzetto, impacciato, che si era mostrato disponibile a fare esperienze nuove, magari dietro un piccolo compenso. Anche perchè Roma sfilava sotto gli occhi dei due non amici quella notte del 3 mazo 2016. Le luci e la cocaina e gli abbordi a qualche ragazzo, ed ancora cocaina e luci ed alcool e telefonate e ancora la giostra che girando faceva perdere la testa e la ragione. Luca era quello giusto per divertirsi, ed infatti aveva accettato l’invito, come resistere ad un invito dove gli venivano promessi sesso, coca, soldi. Appena entrato in casa di Manuel si era seduto sul divano, poi l’alcool, ma in quel bicchiere c’era altro, compreso gli ultimi lampi di futuro. E Manuel e Marco inziarono a divertirsi. Secondo le loro parole abusarono del giovane e lo seviziarono, lo piacchiarono, e poi iniziarono a tagliarlo “come si affetta il pane”. Questa la confessione di Manuel, affettato come si affetta il pane, ma Luca non voleva morire e prima chiudeva gli occhi e poi si risvegliava e loro erano costretti a continuare. Come se Luca avesse in qualche modo colpa, era lui che non voleva morire. I resoconti degli investigatori parlano di violenza inaudita, di barbarie, di colpi schiaccianti sul cranio. La giostra maledetta ed infernale, ma non era alimentata dall’alcool e dalla droga quella follia. No, era tutta dentro di loro la malattia, perchè non si può diventare l’opposto di quel che si è, nemmeno con tutta la droga del mondo. Botte e droga, divertirsi uccidendo, no, peggio, torturando e massacrando, tagliando un corpo umano, osservando il sangue che esce e sporca. Quel sangue che dopo vercarono di togliere dall’appartamento, buttando tappeti e lenzuola in un cassonetto. Poi il resto è storia: Manuel Foffo è obbligato a confessare tutto al padre, che lo porta dai carabinieri, che lo arrestarono e poi arrestarono anche Marco Prato, rinvenuto in un albergo imbottito di barbiturici. Il primo processo si concluse con una condanna a 30 anni, non tenendo conto della finzione di Manuel, del suo tentativo di apparire incapace di intendere e di volere. E Marco, che si tolse la vita impiccandosi nella sua cella del carcere di Velletri, non mostrò neanche il coraggio di affrontare le conseguenze di ciò che aveva seminato nella sua vita. Non ci fu alcuna persona, tra quelle che lo avevano conosciuto, disposta a spendere parole gentili per lui durante il processo. Per tutti era una persona malata, malsana, egocentrica ed inquietante. Ed anche i barbiturici ingeriti in albergo erano, secondo i giudici, una finzione, una simulazione di suicidio, una simulazione di coscienza. Ed il 10 luglio 2018, 3 anni dopo, la Corte di Assise e di Appello di Roma ha confermato la sentenza. 30 anni di condanna, di carcere, per il delitto più truculento degli ultimi venti anni avvenuto in Italia. Il suo nome era Luca, e sarà dimenticato presto, anche se resterà sempre il ricordo di quel sangue sparso per divertimento, di quella vita rubata al mondo per il gusto di sentirsi invincibili, superiori, dominatori. 30 anni di condanna per due assassini. Un ragazzo che domani, uscito di prigione, sarà un uomo ancora vivo, mentre della sua vittima si saranno perse le tracce sotto la polvere del tempo. Luca Varani ha vissuti gli ultimi istanti della sua giovane esistenza sotto i colpi feroci di due animali su due zampe, due belve, due folli. I sociologici, gli psicologi, tutti gli esperti che vennero intervistati in seguito alla vicenda, provarono a cercare una qualche spiegazione affondando mani e pensieri nel disagio giovanile, nell’incosistente esistenza e nell’effimero dilagante. Forse avevano tutti ragione, e la spiegazione è tutta li, nel nulla, nel limbo che circonda i giovani, in quel vuoto. E non basteranno 30 anni s colmarlo.