IL FOTOGRAFO ITALIANO CHE VUOLE AIUTARE GLI ALBINI DELL’AFRICA

DI MONICA TRIGLIA

Questa storia si apre con Kathrine, nata nell’Africa nera da una famiglia nera ma con i capelli biondi e la pelle molto chiara. Ragazza di 18 anni che all’inizio del filmato che illustra il progetto The Albino project dice: «Se mai incontrassi mia madre le chiederei perché mi ha abbandonata».

Non è la sola in quelle condizioni. Come lei, che è albina, cioè priva di pigmenti nella pelle, nei capelli, negli occhi, tanti altri uomini, donne, bambini. Una persona ogni 1.400 in Africa (soprattutto nell’area centrale: Kenya, Mali, Malawi, Tanzania, Uganda), continente dove l’albinismo è considerato stregoneria e dove chi ne soffre è abbandonato, emarginato e rischia ogni giorno di essere ucciso.

Questa storia ha anche un altro protagonista. Si chiama Antonino Condorelli (nella foto in alto) ed è un fotografo italiano che da anni vive ad Amburgo, in Germania. Agli albini dell’Africa, ignorati da buona parte del mondo occidentale (dove l’albinismo colpisce una persona ogni 17.000 ed è tenuto sotto controllo senza difficoltà particolari) ha deciso di dare voce promuovendo il coraggioso progetto di sensibilizzazione intitolato The Albino project.

Come sei venuto a conoscenza dell’esistenza degli albini in Africa?

«Da alcuni articoli che ho letto tanti anni fa, nel 1996. Sono sempre stato affascinato dalle persone con albinismo, a prescindere se fossero africane o no. Da bambino ne ho incontrati alcune ma ovviamente in Italia – come in tutto l’Occidente – gli albini hanno pari diritti. In Africa la condizione è diversa: il loro status è coronato da uno stigma e da alcune credenze popolari che li portano a essere discriminati, violentati, uccisi. Si crede che le persone albine siano magiche e che con la loro pelle, le loro ossa, il sangue e altri organi si possano fare riti propiziatori. Le donne con albinismo sono spesso violentate perché si crede che fare sesso con un’albina possa guarire dall’Aids».

Perché hai voluto incontrarli?

«E’ un desiderio che ho da tempo. Voglio raccontare le loro storie».

Dove li hai conosciuti?

«Per ora in Uganda, grazie all’organizzazione Albinism Umbrella. La direttrice, Olive, è una donna albina. Ho incontrato parecchi albini nelle loro case e ho ascoltato le loro storie. Spero di poterne conoscere altri. Ho diversi Paesi africani in programma nel mio progetto».

Qual è la situazione di queste persone?

«Alle difficoltà che la maggior parte della popolazione che vive in Africa sopporta, si aggiungono i fastidi della malattia in sé: tumori alla pelle, cecità, scottature solari.

Poi c’è la discriminazione. Joseph, il secondo figlio dei tre albini partoriti da Agnes, mi ha detto che aveva trovato lavoro in un’azienda del suo villaggio di Kayunga, ma a fine mese non ha ricevuto lo stipendio. Quando è andato a reclamare dal suo capo, gli è stato detto che non avrebbe ricevuto alcuna paga e che era licenziato perché la sua presenza, in quanto albino, disturbava e inquietava gli altri lavoratori. Giusto per citare un caso.

La discriminazione c’è anche a scuola dove, forse per ignoranza, forse per mancanza di mezzi, i bambini con albinismo vengono sempre sbattuti all’ultimo banco anche se hanno problemi di vista.

E c’è l’aspetto della sicurezza. Le persone con albinismo in Africa sono “cacciate” come si fa con gli animali. Rapite, violentate, uccise e smembrate per far fare riti magici agli stregoni. Il corpo di un albino è pagato 75 mila dollari. Addirittura ci sono stati casi di tombe dissacrate per sequestrare il corpo della persona albina che vi giaceva. Ci sono delle leggi che vietano i riti magici ma in molti luoghi sono disattese. In Tanzania una comunità di albini vive in un’isola nel mezzo del Lago Vittoria controllata dalla polizia per evitare che i cacciatori possano attaccarla».

Lanciare una campagna per aiutarli è affrontare un’impresa molto difficile. Come sta andando il tuo progetto?

«Sì è vero, è molto difficile, soprattutto in Italia. Ma io persevero. In questo momento ho aperto una  raccolta fondi e sto contattando aziende e organizzazioni per recuperare sponsor. Una cosa del genere è costosa, farla con le proprie forze economiche è davvero impossibile, serve un aiuto esterno, che poi viene ricompensato in ritorno di immagine, in termini di sostenibilità».

Che obiettivi ha “The Albino Project”?

«Gli obiettivi sono quelli di realizzare un libro e una mostra itinerante nelle principali città europee, per informare le persone sulle condizioni delle persone albine in Africa e indurle a intervenire. Le modalità sono davvero tante: a parte le semplici donazioni ci può essere il volontariato di chi è esperto in oculistica, medicina, chirurgia e anche cosmetica. Le persone con albinismo hanno un elevato bisogno di creme solari che si arrangiano a produrre in casa».

C’è una storia che mi vuoi raccontare e che può essere emblematica di quello che hai visto e di quello che stai facendo?

«Potrei raccontarne tante. Come quella di Lilian, una ragazza albina che ha un cancro alla pelle tra spalla e seno che è grande quanto una pallina da tennis, che vive in povertà estrema con la nonna e due figli. E’ stata abbandonata dal padre del primo figlio, il secondo non ha voluto raccontare come lo ha avuto ma ho potuto immaginarlo.

Però la storia che più di tutti mi ha lasciato a bocca aperta è quella di Elizabeth. Dopo la morte della mamma naturale, della nonna e di una signora che se l’era presa in adozione, Elizabeth è stata venduta a un uomo violento che l’ha imprigionata in una casa fuori Kampala. Da lui Elizabeth ha avuto 3 figli. Una sera quell’uomo ha visto in tv un documentario in cui si raccontavano gli albini e i loro rapimenti per i riti magici. Ha invitato a casa un gruppo di persone (“amici a cui offrire una buona cena” ha detto alla donna) che si sono presentati con grosse borse. Elizabeth si è insospettita, ha aperto le borse, ha trovato strumenti chirurgici, contenitori per organi e di sangue, machete. Ha capito e si è nascosta. Gli uomini, non trovandola, hanno picchiato selvaggiamente il marito. Elizabeth è poi riuscita a fuggire portando con sé i tre figli».