ITALIANO VERO E FIERO? NO, DELUSO E CONFUSO

DI RAFFAELE VESCERA

E’ sera. Pita giganti, focacce, sbattute in testa per buon augurio, torte ballanti sulle mani perché non rubino il dolce agli sposi, porte simboliche di corda da attraversare,  quella rossa della passione e quelle con i colori degli altri sentimenti, al lume di candele e flash fotografici dei cellulari. Tra poetici riti antichi e prosaica modernità, in una pomposa sala stile Versailles sulla riva bulgara del Danubio, si festeggiano le nozze di Rafaella, con pancino del settimo mese, e l’astemio Teodor, già brillo prima che si cominci, obbligo vuole che sin dal mattino debba bere con chiunque lo inviti. Cento invitati, abiti casual e classici, in un kitsch abito giallo limone marchio Chanel, si aggira ad effetto un’appariscente bellezza berlusconiana, bambola gonfiabile in vera plastica riciclabile, patetica tra tante bellezze naturali. Musica balcanica, orientale, un po’ greca epirota, zampogne d’altri tempi, danze corali in cerchio interminabile.

Sposi giovani e belli, “cestito”, auguri, dico loro, che distribuiscono bigliettini con frasi a sorpresa, “Ti aspetta un grande divertimento” dice quello indovinatissimo toccato me, “la felicità è piena solo quando è condivisa”. Si mangia e si beve a volontà, è un giorno di felicità in una vita difficile per loro, molti dei quali migrati in Nord Europa per vivere, come accade nel mio Sud, è un giorno di svago per me dopo mille di pensieri, migrato da loro per dimenticarne qualcuno.

Prendo il posto a me assegnato da un cartellino con su scritto “Rafaelle”, assimilato alla sposa Rafaella. A me di fianco mettono Davide, toscano migrato a New York bambino, fa il pilota d’aereo e parla un italiano d’America, se la cava meglio con l’inglese, anche lui con bulgara moglie, amica della mia. Delbino si chiama, con cognome etrusco dal sapore greco, complementare a quello mio garganico-slavo di provenienza, “il mondo è piccolo”, mi dice. Siamo un caso, l’ospitalità è sacra, l’orchestra abbandona la tradizione per dedicarmi “lasciatemi cantare, con la chitarra in mano, un partigiano per presidente… lasciatemi cantare perché ne sono fiero, io sono un italiano vero”.

Fiero? Forse, potevo esserlo tre decenni addietro, ai tempi di Cutugno, esserlo ora è impossibile, dopo l’appassionata moralità di Pertini e la misura politica di Moro e Berlinguer, sono arrivate le orge di potere di un nanopresidente da operetta, ricco di malaffare, e anni di insulti e sputi diretti contro noi “terroni” da un partito razzista nato in osteria, ruberie, rutti e selvaggia ignoranza. Anni di merda terminati, per sado-masochistico contratto, con un posto al governo regalato da un movimento di cittadini traditi a ripugnanti fascisti in pectore, per gioco delle parti alternati a un buffone fiorentino, vandalico sterminatore della propria famiglia politica. La meschinità al potere, il peggio senza fine.

E sia, nel mio espansivo sorriso e nella meridionale calda empatia, priva di stucchevoli formalismi, vedono l’amato tipo italiano, non posso deluderli con la nostalgia per un’Italia diversa, mostrando disappunto per la deriva dello Stivale, pur nella vergogna, tocca fare buon viso a cattivo gioco e accettare la dedica. Un dono rende felice chi lo fa, più di chi lo riceve.