PERCHE’ SI E’ DECISO DI NON SOCCORRERE PIU’, CHE STA SUCCEDENDO NELLA MENTE DI MOLTI ?

DI MARCO GIACOSA

In un bar chiedo un cappuccino.
Il barista è un signore che ha l’età di un nonno, il locale uscito un po’ dai ’70, il cappuccino – infatti – è vintage, con la schiuma e non con la crema di latte, come piace a me.

– Quanto le do?
– 1,2

Anche il prezzo è vintage, almeno per Torino. Lascio i soldi, contati, sul piattino. L’uomo li raccoglie, guarda il registratore di cassa e mi dice, testuale:
– VUOLE lo scontrino?
Vuole, cioè desidera. È quanto più si avvicina a «Le serve la ricevuta?», che nasconde il pensiero: Se non ti serve, perché me la fai fare? – cioè: perché devo pagare le tasse?

Io scoppio a ridere – dentro di me s’intende, il signore mi è simpatico e porre la questione fiscale di uno Stato occidentale in termini di desiderio del cliente ha qualcosa, alle otto del mattino, di geniale.

Perché sto pensando ai 66 naufraghi che sono stati salvati nella notte in acque libiche da una nave italiana, e l’Italia nega l’approdo a una nave battente sua bandiera che ha raccolto un SOS in mare – e la vita prosegue, «non c’è razzismo», mi dicono, infatti non succede niente, nessuno va in piazza, nessuno s’incatena in Parlamento, nessuno fa un cazzo – tranne qualche nero che si riceve pallini di gomma solo perché nero a caso, ma quello – dicono – c’è sempre stato. Il tiro al nero dev’essere uno sport di nicchia di cui mi sfuggono i premi.

È tutto normale: sarà normale, tra qualche anno, anche soccorrere per strada a seconda del censo, del colore della pelle? Aboliranno l’omissione di soccorso, anzi: la modificheranno, a seconda di condizioni fatte divenire “necessarie”?

Le grandi modificazioni non avvengono mai di colpo: poco a poco, vengono create le condizioni culturali perché la gente sia convinta che «non c’è scelta».
«Eh ma come fai…».
«Eh ma non si può».
«Non si può mica…»

Avreste mai immaginato, cinque anni fa, che sarebbe arrivato un giorno in cui rispondere alle richieste di soccorso in mare non è più accettato socialmente? Perché, come ha scritto questa mattina Marco Taradash, vietare l’approdo a navi che soccorrono significa ordinare di non soccorrere più.

Le persone salgono sugli autobus, una donna rischia di inciampare mentre guarda il telefono con un sorriso idiota; una ragazza con il cane ha un libro – fotocopie rilegate a spirale, pagine tutte sottolineate – e studia, ripete tra sé, ogni tanto le esce un suono; un gruppo di vecchi attende sul marciapiede l’arrivo del medico di base, specialista anche – si legge sulla targhetta – in chirurgia della mano.

È tutto normale.

Per i 66 mi posso commuovere io – non ho il Rolex, ho la Montblanc, anzi ne ho tre, una stilografica e due biro: furono tra i primi acquisti quando incominciai a lavorare dopo la laurea -, a chi dice che in tutte le parti del mondo ben più di 66 persone soffrono la risposta mi sembra così evidente che ho paura a scriverla: qui si stanno riscrivendo i princìpi, si stanno modificando i sentimenti umani, si stanno mercificando le sensazioni emotive, è come ci fosse una bacchetta malvagia che pietrifica tutto ciò che tocca, i cuori delle persone, la capacità di provare pena, l’a volte insostenibile istinto a mettersi al posto degli altri, stanno scorporando l’empatia, con la cartavetro ne definiscono i nuovi confini, per chi si possa provare e per chi no – perché tutto è ridotto – le condizioni “necessarie” – a questione di denaro, ai saldi delle partite, a un generico fantomatico pericolo – in sostanza ci stanno facendo vergognare di provare tutto ciò che distingue un essere umano da un pezzo di legno.

E io oggi non lo voglio lo scontrino, mi hai preso mentre ero sovrappensiero e mi sono messo a ridere, tra me. Lo scontrino. Questa cosa così vintage.

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