IL GOL DI MORTENSEN A TORINO CON L’INGHILTERRA CONTRO L’ITALIA

DI ALBERTO CRESPI

Devo il mio tifo per l’Inter e il mio amore per il gioco del pallone a mio padre, Sergio Crespi, interista e intenditore. Da bambino mi raccontava tante storie di calcio, alcune legate ai grandi campioni nerazzurri, da Meazza a Nyers ad Angelillo. Erano gli anni della Grande Inter di Herrera. Ma mi raccontò spesso, anche, di aver visto una partita della nazionale a Torino, nel ’48 (non so cosa ci facesse a Torino, non ricordo, forse per lavoro: è l’anno in cui entrò all’Unità, dove avrebbe lavorato tutta la vita).E’ una partita celebre: l’Inghilterra vinse 4-0 in casa degli azzurri, ed è una vittoria che oggi merita una riflessione, che faremo subito dopo. Ma prima vi rivelo il motivo vero per cui mio padre mi raccontava di quella partita: era “il gol alla Mortensen”, che per lui e per i suoi amici era un’espressione proverbiale. Mio padre ripeteva come un mantra la prima linea degli inglesi in quel match: Matthews, Mortensen, Lawton, Mannion, Finney. Nel suo ricordo erano cinque fuoriclasse (Stanley Matthews lo era, indiscutibilmente) ma il numero 8 lo colpì in modo particolare. Stan Mortensen era il centravanti del Blackpool, anche se quel giorno giocò mezz’ala. 25 presenze in nazionale, con 23 gol: uno lo fece all’Italia, e lo fece tirando di esterno praticamente dalla linea di fondo: Bacigalupo, il portiere dell’Italia, non se l’aspettava e non fu in grado di pararlo anche se Mortensen aveva uno specchio della porta poco più grande del pallone. Fu una prodezza balistica vagamente paragonabile al fantastico gol di Van Basten all’URSS nella finale degli Europei dell’88: Van Basten tirò al volo e Mortensen no, ma Mortensen era marcato stretto e Van Basten no. Insomma, per mio padre e per tutti coloro che videro quella prodezza il “gol alla Mortensen” era un gol impossibile, contro le leggi della fisica. Nella foto potete vedere Bacigalupo che tenta vanamente la parata: Mortensen, che ha già scoccato il tiro, è quella macchiolina bianca oltre la linea di fondo.

Nel ’48 l’Italia non aveva mai battuto l’Inghilterra, e non l’aveva mai battuta nemmeno quando papà mi raccontava questa storia (ci sarebbe riuscita solo negli anni ’70). Per i tifosi di quella generazione l’Inghilterra era al tempo stesso un mito e una maledizione: per me divenne un mito.

La considerazione tecnica è la seguente, e ha diversi aspetti.

Quel giorno nell’Italia giocavano Bacigalupo, Ballarin, Loik, Gabetto, Grezar, Menti e Mazzola: sette del grande Torino – e giocavano a Torino, in casa! E gli altri non erano scarsi: il centromediano, per dire, era Parola. Il Grande Torino in Italia era imbattibile – sempre mio padre lo riteneva la più grande squadra che avesse mai visto. Beh, gli inglesi li asfaltarono. La cosa più curiosa, però, è che quegli stessi inglesi due anni dopo parteciparono per la prima volta ai Mondiali facendo una modesta figura, perdendo con la Spagna e (onta e disonore!) con la loro ex colonia, gli Stati Uniti. Un’Inghilterra, quindi, in realtà non così competitiva era sufficiente per umiliare un’Italia costruita sul Grande Torino.

Per la cronaca anche l’Italia, nei Mondiali del ’50 (quelli del “maracanazo”, vinti dall’Uruguay), non fece una grande figura. Fu eliminata… dalla Svezia! Ma era orfana del Grande Torino, che purtroppo era perito a Superga. E questa è un’altra storia, che papà mi raccontava sempre con le lacrime agli occhi

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