I PAGLIACCI CHE NON FANNO RIDERE SONO PERICOLOSI

DI ANTONIO NAZZARO

 

Luca è un bambinetto del suo tempo, quando si portavano i pantaloni corti e le madri ti compravano le scarpe con almeno un numero più grande perché crescere costava. Ogni fine settimana, non aveva più di cinque o sei anni, con la mamma, il padre lavorava anche la domenica, percorreva un viale alberato che portava a un edificio che a lui sembrava un castello e all’entrata si leggeva: Villa Azzurra.
Lì, non sapeva bene il perché, viveva quella che gli avevano insegnato essere sua sorella Ottavia, che era malata e non poteva stare in casa perché la sua malattia non si curava in un appartamento. Erano gli anni del boom economico, tutti rincorrevano la vita con Lambrette, Vespe, i più ricchi con la Cinquecento. Luca ricorda quel viale bello ma sempre triste, come se gli alberi vivessero un autunno perenne e le foglie cadevano sempre e crocchiavano sotto i piedi. Gli piaceva saltare sui mucchi e sentirle crepitare. Ogni volta all’ingresso una donna vestita in modo strano, non capiva perché le infermiere di quel posto avessero dei cappelli come le suore ma erano vestite mezze di bianco e azzurro un misto tra cuoca e infermiera, gli diceva d’aspettare. Poco dopo la donna dal capello che sembravano ali, li faceva entrare portandoli direttamente in una stanza dove Ottavia li “aspettava”. Luca sentiva l’odore del disinfettante attaccare il suo naso e cercava di respirare tappandosi il naso ma sua madre lo sgridava e l’obbligava a tenere le braccia conserte.
Ottavia non parlava né li guardava, ed era legata al letto con delle corde che a Luca ricordavano quelle usate dai pescatori nelle vacanze di sempre a Noli. Non capiva perché fosse legata. Ottavia non si muoveva quasi e non parlava, nonostante avesse un anno in meno di lui, solo emetteva versi come una bambina di pochi mesi. Le visite duravano poco ma quando sua madre parlava con i “dottori” a Luca si dava il permesso di andare a giocare da solo nel parco. In quell’autunno di sempre Luca giocava a correre sollevando le foglie e muovendo l’acqua verde di una fontana che sembrava essere rimasta in silenzio come tutto quello che circondava. Un giorno però, Luca vide che una delle finestrone che erano sempre chiuse era stata lasciata aperta e, senza pensarci due volte, decise d’entrare a vedere il resto di quel castello silenzioso chiamato Villa Azzurra, forse dal nome del principe azzurro che l’aveva fatto costruire, pensava. Passato un corridoio, così alto da sembrare un cielo e con il naso tappato per evitare l’odore del disinfettante, Luca inizia il suo viaggio alla scoperta delle meraviglie nascoste del palazzo. Da una porta semi aperta, per la prima volta, Luca sente dei rumori o meglio delle urla. Si ferma, quasi spaventato, ma poi s’intrufola per vedere da dove arrivassero quegli strani versi. Gli occhi di Luca che si aspettavano di vedere donne che pulivano i tesori del palazzone si aprirono di colpo: un ragazzo nudo legato a un termosifone con un cucchiaio in mano mangiava i suoi escrementi mentre una delle donne dagli strani cappelli lo colpiva con un pezzo della corda con cui era legato. Un’altra ragazzina, Luca rimase impressionato dagli occhi belli che aveva, era trascinata, nuda, per i capelli dal cappello con le ali che non serviva certo per volare. Un’altra ragazza si dava pugni sul naso e le si vedeva l’osso per il tanto colpirsi e qualcuno dei “sani” le diceva: ” continua tanto tra un po’ ti stanchi”. Un’altra passava dal ridere all’urlare come se fosse un gioco ma poi di colpo prendeva la rincorsa e si lanciava a testa bassa contro il muro, cadeva e si rialzava e ricominciava quello strano gioco che Luca non capiva. Una delle donne dai cappelli senza volo parlava con uno dei dottori, seduti tranquillamente in un cono di luce che entrava dal finestrone senza che nessuno si preoccupasse di quello che succedeva.
Per un attimo Luca pensò che fosse una prova di uno spettacolo del circo, di quelli dove non gli piaceva andare ma sua madre sempre lo portava. Ma non c’erano pagliacci né trombette né nasi finti e le maschere non facevano ridere e non avevano trucco ma solo il viola blu dei lividi e righe di rosso che sembravano fatte di sangue e non di salsa di pomodoro. Di colpo, mentre quasi paralizzato guardava questo salone delle meraviglie, Luca si sente afferrare per il colletto, fa in tempo a vedere una mano dura come le ali del cappello trascinarlo con forza e dandogli anche un leggero calcio nel sedere: “Tu non devi stare qui, loro sono pericolosi”. Luca pensò in quel momento che gli unici pericolosi erano quelli che non facevano nulla e stavano seduti al sole a parlare. Ma si sa i bambini non capiscono.
Per fortuna il ministro Salvini dice che i pagliacci “che non facevano ridere sono pericolosi”.
Ah, per chi non lo sapesse Villa Azzurra era gestita dal dottor Coda chiamato “l’elettricista” per il suo giocare con la macchina dell’elettroshock sui pazienti e per abusare in svariati modi su di loro. A quei tempi anche i gay erano internati nel castello del prìncipe azzurro della corrente.
E adesso, fumando l’ultima sigaretta di sempre, mi ricordo che il mio secondo nome è Luca e quello di mia sorella, Ottavia. Accendo un’altra sigaretta.