FRANCIA O CROAZIA? 

DI PAOLO DI MIZIO

Nella finale dei Mondiali di domani il 90% degli italiani tiferà la Croazia per antipatia verso i francesi: così dice un sondaggio del Corriere della Sera.
Io invece tiferò la Francia, pur con grande simpatia per i croati (ho un debole per i serbi, in verità, ma credo che ormai tra i popoli della ex Jugoslavia, dopo le lacerazioni e le guerre fratricide, sia in atto un riavvicinamento dei sentimenti, per così dire).
La Croazia è calcisticamente molto forte, tanto più se si pensa che è un Paese di soli quattro milioni di abitanti. Tuttavia la Francia credo che interpreti un gioco ancora più moderno e completo di quello croato.
Inoltre, per il mio modo di sentire, subentrano altri fattori extra calcistici. La Francia con la rivoluzione francese ci ha dato il mondo moderno, la fine dell’assetto aristocratico e semifeudale delle monarchie assolute dell’800, e la democrazia basata (idealmente) su “liberté, égalité, fraternité”.
Ma esistono anche specifici e stretti legami culturali tra i nostri due Paesi, fin da quando Italia, Francia e penisola Iberica erano il cuore stesso dell’impero romano.
Un legame che si è sviluppato poi non solo nella vicinanza linguistica (italiano e francese sono entrambi evoluzioni della lingua latina, come anche lo spagnolo). Tanto che la letteratura italiana deve molto alla Francia e la letteratura francese deve forse ancor più alla letteratura italiana.
E infine: tiferò la squadra francese anche per la passata grandeur del paese, che penso faccia della Francia un ottimo candidato alla vittoria di questo titolo mondiale.

Aldo Cazzullo affronta l’argomento del tifo italiano pro-Croazia o pro-Francia in questo bell’articolo per il Corriere della Sera, dove si ricorda tra l’altro l’italianità di Napoleone Bonaparte, il cui vero cognome era il toscano-corso Buonaparte. I francesi abolirono la u per rendere il suono meno “italiano” e convincersi che era francese. E in fondo, lo era (tranquillo Macron!). Se non di sangue, lo era certamente di cultura e mentalità.
Ecco l’articolo.
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Per chi tifa la nostra storia
di Aldo Cazzullo uno dei nostri inviati
Nei sondaggi prevale la Croazia ma passato, politica e arte offrono continui intrecci tra noi e la Francia

MOSCA Si sa che in Italia spira da tempo un vento antifrancese, ben prima della testata di Zidane e degli sconfinamenti dei doganieri di Macron. Ma è comunque una notizia il sondaggio di Corriere.it: il 90% degli italiani domani tifa Croazia. Non tanto per amore di Modric e Mandjukic, quanto per odio o antipatia verso i galletti.

In realtà, è possibile tifare Francia senza abdicare a un milligrammo della nostra italianità. Perché un po’ francesi siamo anche noi; e un po’ italiani sono anche loro.
Il punto è che noi tendiamo a pensare che i francesi ci disprezzino. Ma non è così. È vero, il francese medio coltiva un sentimento di superiorità; ma non solo verso di noi; semmai verso tutti (De Gaulle avrebbe detto tous azimuts, in ogni direzione). La storia dimostra anzi che le élites francesi, da Carlo VIII a Mitterrand, sono ossessionate dall’Italia. Da almeno sei secoli tentano di conquistarla, o di sedurla. Francesco I fece massacrare il suo esercito per inseguire il sogno italiano, e Sarkozy ha sposato una torinese (quanto a Macron, da ministro non perdeva un week end a Cernobbio, per portare Brigitte sul lago di Como).

Non esistono due popoli la cui storia sia così intrecciata, il cui sangue sia tanto mescolato. L’Italia ha dato alla Francia due regine — sia Caterina sia Maria de’ Medici regnarono al posto dei mariti defunti e dei figli pargoli —, un cardinale quasi re — Mazzarino era nato a Pescina da madre umbra e padre siciliano —, un imperatore — Napoleone era corso di origine toscana —, un capo del governo — Léon Gambetta era figlio di un droghiere genovese —, un sommo scrittore come Zola, figlio di un ingegnere veneziano, e un capitano della Nazionale: Michel Platini è di Agrate Conturbia, Novara. E anche nella squadra che domani scende in campo a Mosca contro la Croazia c’è qualcosa di nostro: Deschamps si è formato a Torino sia come giocatore sia come allenatore; la Juve ha creato Pogba e rilanciato Matuidi.

Se è per questo, Pierre Cardin si chiama in realtà Pietro Cardìn ed è di Sant’Andrea di Barbarana, Treviso, mentre Jean-Paul Belmondo ha un nonno piemontese e una nonna siciliana.

Noi alla Francia dobbiamo qualcosa di più: la nostra indipendenza. Del tutto assenti i piemontesi a Magenta, accolti dalle grida di scherno degli zuavi che avevano aperto la via di Milano; e Solferino è una vittoria francese, anche se l’esercito sabaudo e i volontari di tutta Italia versarono molto sangue a San Martino (eppure i torinesi volevano continuare la guerra, e a Napoleone III di passaggio in città dopo l’armistizio di Villafranca fecero trovare ovunque i ritratti di Felice Orsini, che aveva tentato di ammazzarlo).

A Parigi si sono formati Modigliani, de Chirico, Savinio, De Pisis, Campigli, Severini (vi passò anche Boccioni, che proseguì per Mosca). Parigi accolse i fuoriusciti durante il fascismo (ma i fratelli Rosselli vennero assassinati da sicari francesi). Paolo Conte fu lanciato dall’Olympia – dove però evita di cantare la strofa sui «francesi che si incazzano» —, il tempio della musica che aveva rivelato Juliette Gréco, figlia di un corso di origini italiane. Carlo Fruttero e Franco Lucentini vivevano uno a Montmartre e l’altro a Montparnasse, senza conoscersi, campando di espedienti tipo rivendere le bottiglie di sidro vuote. Italo Calvino scelse Parigi, dove Umberto Eco è tuttora venerato.

Italia-Francia fu la prima partita della storia azzurra: 15 maggio 1910, Arena di Milano; 6-2 per noi. Se è per questo, nel ’25 a Torino i gol furono 7, questa volta a 0, con tripletta di Baloncieri e doppietta di Levratto, quello che spaccava le reti.

Il nostro momento di massima gloria fu il 1938: campionato del mondo con Meazza e Tour de France con Bartali: «Vincono tutti questi italiani» mormorò il presidente Lebrun, immaginate con quale smorfia. Anche il 2006 di Materazzi e Grosso fu anno di grazia, a differenza dello sfortunato Europeo del 2000.

E ora questa Francia multietnica, che ha preso il meglio dalle tormentate banlieues, può rappresentare un modello di integrazione anche per noi: non il sentiero stretto del multiculturalismo, ma la via maestra dell’identità, dell’appartenenza, dei valori; a differenza dei campioni del 1998 (le labbra chiuse di Karambeu indignarono Le Pen padre), domani tutti i Bleus canteranno la Marsigliese.

Certo, il rapporto tra i due popoli ha avuto pagine nere. La caccia agli emigrati italiani nelle saline di Aigues-Mortes (quasi venti morti, centinaia di feriti). Il tradimento di Napoleone che consegna Venezia all’Austria. La «pugnalata alle spalle» di Mussolini nel 1940; con alcuni reparti alpini che però si ammutinano perché non intendono attaccare con le armi la terra dove vanno a lavorare d’inverno. La sifilide da questa parte delle Alpi si chiama «mal francese», dall’altra «mal di Napoli».

Ma il vero grande debito che non soltanto noi abbiamo con i francesi è lo spirito di libertà, uguaglianza e fraternità simboleggiato dalla presa della Bastiglia, la prigione dell’Antico Regime, che si celebra oggi.

E dopo tutto questo volete ancora tifare Croazia?