ISTAT: LAUREATI E DIPLOMATI, ITALIA MAGLIA NERA

DI CHIARA FARIGU


Si è perso il conto di quante maglie nere si è aggiudicata l’Italia in questi ultimi decenni. Per numero disoccupati, numero di neet, ovvero giovani che non studiano né lavorano, di persone che vivono in stato di povertà relativa e assoluta, fenomeno culle vuote, dispersione scolastica, corruzione, degrado delle periferie e altro ancora. Fattori negativi, questi, che posizionano il Belpaese sempre ai primi posti rispetto agli altri Paesi europei. L’Istat, nei giorni scorsi ne ha documentata una nuova: Italia fanalino di coda per numero di laureati e diplomati. Penultima in Europa, solo 1 italiano su 4, di età compresa tra i 30 e i 34 anni può fregiarsi del titolo di dottore. Benché si registri una leggera percentuale di crescita rispetto al 2008, l’Italia, in questo decennio non è riuscita ad accorciare il gap con l’Ue, arrancando paurosamente agli ultimi posti. Meglio il Centronord rispetto al Centrosud, con un divario in aumento al Sud.

Fenomeno negativo che investe anche il numero dei diplomati, il 60,9% rispetto al 77,5% della media europea. Disparità di genere fra i titolati, le donne più istruite degli uomini e in costante aumento come numero sia per i diplomi che per le lauree.

E’ l’ennesima istantanea scattata dall’Istituto di Statistica che evidenzia, qualora ce ne fosse bisogno, lo stato di sofferenza in cui versa il nostro Paese. Sono troppo pochi i laureati e troppi, tra quei laureati, coloro che mettono in valigia sogni, aspettative e pochi abiti per cercare all’estero nuove e migliori opportunità di lavoro e di vita. La fuga dei cervelli, un esodo inarrestabile: circa 3mila ogni anno. Un’emorragia di talenti in fuga da un’Italia che non saprebbe cosa farne, una grave ferita economia e sociale.

E’ come un cane che si morde la coda. Chi completa il percorso di studi troppo spesso si trova nelle condizioni di dover accettare lavori a tempo, sottopagati e con nessuna attinenza alla formazione conseguita. O, fatto ancor più frustrante, ad essere scavalcato dai soliti noti senza titoli nè competenze ma con molti santi in paradiso.

Le cause, note da sempre. Tasse scolastiche troppo elevate, risorse investite nell’istruzione decisamente poche: il 4% del Pil rispetto al 5,2% della media Ocse. Cause che aggiunte ad altri fattori, stanno portato alla disaffezione per un percorso di studi che, una volta ultimato, si potrà al massimo incorniciare. Scuola e università, oggi non costituiscono più quel volano sociale di un tempo e questo fa sì che quel pezzo di carta, che fino a qualche decennio fa garantiva un lavoro certo, non valga più sudore denari e tempo da investire. Almeno qui in Italia