INCONTRO PUTIN TRUMP: FUMO RUSSIAGATE; FRITTO MISTO QUESTIONI PENDENTI; IRAN ODORE DI BRUCIATO

DI ALBERTO TAROZZI

Putin Trump, riassunto di un incontro tra le pagine chiare e le pagine scure.

Il fumo: Russiagate. Oggi le pagine della stampa statunitense vedono un connubio di accuse a Donald, dal democratico Washington Post ai settori più russofobi (ex antisovietici) del partito repubblicano è tutto un gridare al tradimento perpetrato da Trump ai danni del proprio paese. Oh meraviglia: metti uno di fronte all’altro due leader, uno dei quali è accusato dalla giustizia del suo paese di essere stato indebitamente aiutato dal leader presunto nemico che oggi gli sta davanti. Indovinate un po’ cosa si potranno dire. Donald si dichiarerà scandalizzato per l’accusa di un reato mai commesso. Vladimir giurerà sulla testa di Medvedev di non aver mai commesso la minima irregolarità. A questo punto, Donald, illuminato da una dichiarazione tanto esplicita quanto disinteressata non potrà che esclamare “Visto, le indagini contro di me sono frutto di un complotto”. Sipario.

Alias per difendersi dirà che Vladimir è un testimone affidabile della sua innocenza, molto più del procuratore statunitense che lo perseguita. Si sa, negli Usa queste dinamiche fanno leggermente fatica a capirle. meglio passare oltre.

Il fritto misto: Ue, nucleare, Cina, Nato, dazi, terrosismo, Ucraina, Corea, Balcani. Nessun colpo di scena e tanto vale risparmiare sui dettagli. In sintesi Donald insiste nel considerare nemici quelli che tra ieri e oggi, hanno toccato i suoi interessi e suoi amici quelli che li hanno facilitati. Il passaggio dal libro bianco al libro nero può essere frutto di contingenze istantanee. Rimane fisso, visto chi ha di fronte, il desiderio di tornare a un sistema mondiale bipolare, dove la Ue potrà finalmente riuscire nel suo intento di non contare un piffero, economicamente e politicamente, grazie alle insanabili divisioni interne, ma avrà l’onore di vedersi costretta ad aumentare le spese per la Nato, che agli Usa interessa un poco di meno. Dove la Cina va tenuta sotto controllo, magari con un aiutino del nuovo amico coreano (finché dura), ma che soprattutto deve perdere la partita nella guerra dei dazi. Dove le sanzioni sono un punto fermo e il solo problema è che ci rimetta non tanto il penalizzato (Mosca), ma soprattutto chi le deve adottare (Bruxelles). Dove il terrorismo è una brutta bestia, tranne quello che risulta in busta paga. Dove su Crimea e Ucraina i due non sono d’accordo, ma non è il caso di approfondire. Dove il disarmo sarebbe magari anche bello e sottolineo sarebbe, ma senza i tetti previsti per gli Usa dagli accordi del 2010. C’erano una volta i Balcani: un’agenzia Ansa aveva ipotizzato, nei giorni scorsi, che dal vertice potesse uscire una proposta congiunta per la soluzione della questione-Kosovo. Non pervenuta.

L’arrosto, finalmente, con un certo puzzo di bruciato, ovvero il Medio oriente e in particolare i lasciti della guerra in Siria, vale a dire l’Iran.

Qui l’appartenenza a cordate diverse si fa sentire. Da un lato Israele e i sauditi e le loro guerre, gente che non vede l’ora di bombardare Teheran, col consenso di Donald. Dall’altro il peso di chi la guerra l’ha vinta, ma adesso deve gestire la pace, mantenendo al potere Assad e tenendo viva l’alleanza con gli iraniani e con una componente sciita presente in Libano, come nello Yemen, in Irak come nella stessa Siria. Questi Putin non li può certo mollare. Per ora o per sempre? Dalla Finlandia su questo tema i due escono divisi. Per gli Usa, Iran che va tenuto sotto pressione al punto di ostacolare, danneggiare e far saltare in qualsiasi modo gli accordi tra Teheran e chi osasse sporcarsi e mani con loro (a Roma fischiano le orecchie). Dall’altro l’invito di Vladimir alla moderazione. Iran nucleare? E’ già sottoposto a controlli, perché agitarsi tanto. Pensiamo piuttosto alla bomba profughi in Libano, Giordamia e magari pure in Turchia.

Sull’Iran la divisione resta. Una pagina scura che tale rimane. Venti di guerra? Rispetto agli altri temi i due parlano della questione come se Teheran appartenesse a un altro pianeta. Ma se da lì si innescasse una reazione a catena potremmo arrivare ad avere un pianeta in meno.

Il nostro.